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Ogni volta che passo dalla strada principale del mio paese butto l’occhio alla casa che mi crebbe fino a quando compii otto anni e mia madre pensò bene di portarmi via dalla nonna Ida e mettere insieme la sua famiglia e farmi conoscere gli altri fratelli. Adesso cerco di passarci davanti con l’auto il più veloce possibile perché anche se l’occhio guarda quella casa, davanti non c’è più il muretto di mattoni sopra il quale si sedeva il mio grande e grosso nonno Vittorio dopo il riposo pomeridiano a prendere la brezza serale e a chiacchierare con tutti quelli che passavano. E ne passava tanta di gente e tutta si fermava a rendergli omaggio, a fargli un saluto, a scambiare due parole sugli allevamenti e le stalle scomparse, sui cetrioli finiti al macero insieme ai pomodori, sui prezzi del “formento e del formentòn” e sul fatto che ‘na ghè più religjon a ‘sto mondo. Non solo non c’è più il mio Nonnone ormai perduto nel mondo dei ricordi, ma è scomparso anche il muretto di mattoni e nemmeno la casa antica che aveva come finestre delle grandi arcate veneziane, sostituita prima da un orribile fabbricato della Cassa Rurale e adesso da un negozio di articoli di ferramenta. Se giravi dietro, oltre il cortile che era dei miei Nonni, c’era un’aia enorme dove razzolavano galline oche anatre pavoni e anatroccoli che si buttavano a tuffo nel fossato dentro il quale spesso cadevo dentro anch’io nel tentativo di saltarlo. E la Nonna mi tirava fuori nera di melma e rossa di vergogna e per convincermi a non tentare più il salto mi faceva il bagno dentro una tinozza in mezzo all’aia dove la mia amica Rita, che abitava nell’antica casa con le finestre ad arco, rideva e mi segnava col dito dicendo che avrebbe raccontato a tutti le mie nudità. Non deve essermene fregato molto di quelle minacce dato che ricordo ripetuti salti del fosso e “lavate col brusco” per levarmi la “cuora” da capelli e corpo. Ricordo le risate del Nonno e dei miei Zii al ritorno dal lavoro, e lo zio Gino che mi prendeva in braccio di nuovo rosea e profumata e mi portava “a morosa” con lui, dalla zia Agnese. Ero piccola e paffutella, ma la Nonna che mi ha “imboccato” fino agli otto anni, mi diceva che se non mangiavo avrebbe dovuto mettermi i sassi in tasca sennò il vento mi avrebbe portato lontano. E invece il vento ha portato loro lontano da me. Io sono ancora qui, a scrivere. Anche se passando dalla strada principale non c’è più nulla. Né casa né Nonni né Zii né il granaio che ha visto i miei giochi di bimba né il fosso traditore. E’ rimasto solo il vento che spazza via tutto, lasciando solo i ricordi…
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