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Ci risiamo: governo nuovo, manovra vecchia. Il Conte2 si accinge a fare la legge di bilancio senza disporre di una vera politica economica, esattamente come è capitato – chi più, chi meno – a tutti i governi degli ultimi anni. Almeno così si evince dalla Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, ma anche dalla povertà del dibattito interno all’esecutivo e alla maggioranza (opposizione, non pervenuta). Si indica la crescita come obiettivo fondamentale, ma non si sostanzia la finalità con scelte conseguenti, mentre all’impegnativo contenimento della spesa pubblica corrente, e soprattutto ad una sua rivisitazione a favore degli investimenti, si preferisce imboccare la strada più facile: condire “elettoralmente” la manovra con micro azioni distributive di risorse che non ci sono, tipo far scendere l’Iva al 4% su pannolini ed assorbenti. Lo stesso mantra “l’Iva non aumenta, l’abbiamo neutralizzata” appare più figlio di questa esigenza populista – poter affermare di “non aver messo le mani in tasca agli italiani” e auspicare che questo si traduca in maggiori consumi, e pazienza se non è successo né con gli 80 euro di Renzi né con il reddito di cittadinanza di Di Maio – piuttosto che di una strategia di medio termine finalizzata a far uscire dalle secche della stagnazione il nostro sistema economico.

E anche dal lato delle coperture finanziarie, il film cui stiamo cominciando ad assistere somiglia maledettamente a quelli già andati in onda. Per stessa ammissione del ministro dell‘Economia, Roberto Gualtieri – uomo dabbene e competente – per finanziare la completa sterilizzazione delle clausole di salvaguardia e per coprire le misure previste, al netto della flessibilità che ci concederà l’Europa, servono 14 miliardi. Anche ammesso, ma non (ancora) concesso, che alla fine la cifra sia questa e non di più, se si pensa di coprirla, come si è detto, con un recupero di evasione fiscale pari a oltre 7 miliardi, corriamo il rischio che il deficit non si fermi al 2,2% programmato e che il debito, contrariamente a quanto previsto, non arretri di qualche decimo di punto dal tetto del 136% cui è prossimo. Anche perché è difficile che la crescita del pil nominale (pil+inflazione) riesca a raggiungere i livelli previsti nel nuovo Def. Quanto all’evasione, non è detto che non si possa e non si debba aggredirla. Anzi, grazie alla fatturazione elettronica si può fare di più e meglio che nel passato. Ma un governo serio non pone questa voce a coperture di spese – o, in questo caso, per la sterilizzazione dell’Iva – prima di aver incassato le tasse evase, ma indica la destinazione di quanto sarà effettivamente ricavato lasciando in bianco il suo ammontare in fase di costruzione del bilancio. 

Insomma, così come è stata impostata, la manovra non solo non produce un miglioramento della finanza pubblica, ma neppure se lo pone come obiettivo: non si tagliano le spese improduttive, si peggiora l’indebitamento netto strutturale, non si prevedono misure di aggressione dello stock di debito. O meglio, si butta la palla avanti e – come sempre – si rinvia verso la fine del periodo triennale di vigenza dei documenti programmatici le scelte virtuose. In questo caso, il 2021 sarà passibile e il 2022 discreto. Chi vivrà, vedrà. 

Per il momento, l’unica copertura che il governo è riuscito a reperire è implicita: le minori spese per interessi sul debito grazie alla diminuzione, che si spera strutturale, dello spread. Oggi vale 4-5 miliardi l’anno, ma se l’intero ammontare di debito pubblico sarà nel tempo rifinanziato incorporando la riduzione di circa 100 punti base dei tassi – erano all’1,8% quando Salvini ha aperto la crisi, ora viaggiano intorno allo 0,8% – si potrà arrivare fino a 25 miliardi. Si tratta del bonus che il governo incamera, via mercati, dalla scelta politica di evitare ogni contrasto con l’Europa. Cosa che appare tanto più significativa in quanto contrasta con la condizione, esattamente opposta, creata dal governo precedente.

Ed è, questa, la vera nota rilevante della politica del Conte2: via non solo ogni riferimento polemico con Bruxelles e Francoforte, ma cancellazione completa dalla propria linea dell’orizzonte di qualsiasi scetticismo sull’euro e sull’eurosistema e di qualsiasi accenno ad una anche solo remota possibilità di Italexit. Naturalmente, questo cambiamento di rotta ha suscitato soddisfazione in chi nei mesi scorsi aveva espresso grande preoccupazione per l’ostentazione sovranista del Conte1. Anche noi, facendo parte di quella schiatta di critici, ci uniamo al plauso. Ma non fino al punto di considerarci soddisfatti della manovra e della politica economica giallorossa per il solo fatto che essa incorpora l’opzione europeista. Far pace con la Commissione Ue e con le due maggiori cancellerie europee è cosa buona e giusta, ma non assicura di per sé la stesura di una buona legge di bilancio, se da questa non esce una stilla in più di benzina da mettere nel motore della nostra economia ferma, come pure se non pratica alcun risanamento finanziario.

Insomma, la tanto sbandierata svolta nella cura dell’economia italiana malata, non c’è. Così come non c’è stata con i governi precedenti, altrimenti i nostri malanni non sarebbero diventati cronici come invece sono. Continuiamo a traccheggiare, finendo sempre per lasciare ai fattori esogeni – la flessibilità europea, la politica monetaria della Bce, la congiuntura internazionale – la preminenza. Ieri dipendeva tutto dall’Europa matrigna che non ci consentiva di fare i nostri interessi, oggi dipende tutto da quanto possono fruttare i buoni rapporti con sorella Europa. Di nostro non ci mettiamo niente. Non in termini di diagnosi, che l’analisi sulle reali condizioni del nostro sistema economico latita. E tantomeno in termini di terapia, viste le premesse e considerata la vocazione della politica e della classe dirigente nel suo insieme a non prendersi responsabilità. Così diventa pura narrazione modaiola anche l’approccio “green” a “l’ultimo grido” che il governo si è voluto dare, con il rischio che tra “slim tax” e “gretinate” varie si perda l’occasione di affrontare seriamente un argomento serio.

Ci siamo lasciati alle spalle le grida manzoniane, l’inutile surriscaldamento degli animi, la politica fatta tra il balcone grillino dove si annuncia nientemeno che la povertà è stata sconfitta e la spiaggia salviniana del Papeete dove si rivendicano i pieni poteri. Bene. Benissimo. Ma non basta. C’è un paese sprofondato nel declino da rimettere in piedi, proprio mentre il mondo affronta cambiamenti talmente epocali – la trasformazione digitale della società e delle imprese, gli scenari che apre l’applicazione su larga scala dell’intelligenza artificiale – che sottrarsene significherebbe perdere le posizioni faticosamente conquistate, come il secondo posto in Europa nella manifattura, e consegnarsi ad una stagione di emarginazione. Ed è palpabile lo iato che separa la qualità di chi dovrebbe governare processi così complessi dal livello delle decisioni che avremmo la necessità e l’urgenza di assumere. Aver abbandonato l’illusoria tentazione sovranista è certamente un passo nella giusta direzione, anche se è più importante per quello da cui ci consente di scampare che per quello che ci consente di fare. Ed è il motivo per il quale abbiamo saluto con favore la caduta del Conte1 e la nascita del Conte2. Ma non basta. Il momento richiede intelligenza, lungimiranza, visione e soprattutto coraggio politico. E per disporre di questi ingredienti è evidente che occorre andare oltre. Appena possibile.

ENRICO CISNETTO

FONTE: terzarepubblica.it

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