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“Siete diventati comunisti!”. Avevamo messo in conto di ricevere dei rimbrotti e magari anche qualche insulto per aver detto che le due alternative a questo governo che erano sul tavolo della crisi – la riesumazione dell’alleanza pentaleghista e le elezioni anticipate – ci parevano peggiori del pur brutto governo 5stelle-Pd, e per aver aggiunto che l’alleanza giallo-rossa si poteva criticare per mille motivi ma non per mancanza di legittimità democratica. Insomma, eravamo preparati, ma non fino a questo punto. Segno dei tempi, in cui i giudizi sono tranciati con l’accetta e al ragionamento si preferisce l’invettiva. Pazienza. Ora il governo Conte2, che in quanto a paternità si può anche definire Grillo-Renzi, c’è, e non mancheremo di tenerlo sotto il tiro della nostra analisi, che come sempre sarà spietata e nello stesso tempo costruttiva. Per ora, a guadarne la composizione, non possiamo che definirlo fragile, povero com’è di personalità di rilievo (con qualche eccezione) e nello stesso tempo ricco di dilettanti allo sbaraglio, su tutti il neo ministro degli Esteri, l’ormai ribattezzato “of Maio”. Il paragone con il precedente esecutivo si potrebbe sintetizzare così: (ancor) più inesperienza, minore tasso di aggressività, specie nei confronti dell’Europa (cosa positiva, misurata dal vistoso calo dello spread), un premier che ha smesso di fare il notaio per essere (finalmente) il primus inter pares. Avremmo preferito vedere Minniti al Viminale – l’unico che poteva sottrarre a Salvini il giocattolo della propaganda su sicurezza e migranti – anziché un pur eccellente prefetto, plaudiamo che alle Infrastrutture non ci sia più “Toninulla” e ci sentiamo più che garantiti dal sostituto di Tria, anche se ci preoccupa la cifra complessivamente poco orientata alla crescita economica della compagine. Bene la scelta di Gentiloni a Bruxelles. Quanto al profilo complessivo, siamo d’accordo con chi – per esempio Marcello Sorgi – l’ha definito “democristiano”. Tanto l’impronta della manovra che l’ha fatto nascere e molti dei suoi attori, a cominciare dal presidente del Consiglio, quanto la cifra dell’esecutivo nel suo insieme, hanno quelle stigmate. Ma sarà il tempo a dirci quale declinazione prenderà questa definizione, se più degasperiana o dorotea. 

Ma sono solo le prime impressioni a caldo, è opportuno attendere le prime mosse per pronunciarsi compiutamente. Si può però provare a immaginare, prescindendo dal rendimento che avrà il governo, sia le mosse prossime venture dei partiti e dei leader, sia l’evoluzione del sistema politico nel suo insieme.

Partiamo dai due partiti di governo e dalla possibile durata del loro patto. Entrambi escono dalla fase della gestione della crisi, prima, e della formazione del governo, poi, più divisi al loro interno di quanto già non fossero. I 5stelle sono ormai definitivamente spaccati in due, e a prevalere è stato Grillo con la componente guidata da Fico (la vera trattativa politica l’ha fatta il presidente della Camera con Franceschini). Azzardiamo il pronostico: Casaleggio e il suo Rousseau saranno liquidati, e Di Maio perderà il ruolo di capo politico, se non formalmente di sicuro sul piano sostanziale. Starà poi a lui decidere – ma scommettiamo lo farà quando sarà troppo tardi – se sganciarsi dal movimento e rendersi autonomo, magari reincontrando Salvini, oppure accontentarsi di quello che in questa fase ha racimolato per sé e i suoi (che non è neanche poco). Grillo sceglierà di mettere le sorti della sua creatura nelle mani di Conte, con l’obiettivo a medio termine – anche qui si accettano scommesse – di portarla ad un’alleanza organica con il Pd, se non addirittura facendola diventare una costola del medesimo. C’è infatti una corrente di pensiero che immagina si possa creare presto un nuovo bipolarismo, in cui Pd e 5stelle insieme saranno un polo o addirittura un solo partito, e dall’altra parte ci sarà Salvini. Noi non auspichiamo una tale prospettiva, ma questo – ahinoi – non assicura che non si concretizzi. 

Il Pd è in una condizione simile a quella grillina. Con la differenza che le componenti sono molte di più, e nessuno ha pienamente in mano il pallino del gioco interno. Da un lato Zingaretti ha dimostrato nel corso della crisi di essere il segretario ma non il leader del Pd, e non solo perché gli manca il controllo dei gruppi parlamentari. Renzi, indubbiamente uno dei vincitori di questa partita, è tornato in pista, ma è ancora incerto se tentare di riconquistare il partito o farne uno nuovo, magari passando per una fase intermedia di gruppi suoi a Camera e Senato che si distaccano da quelli del Pd. Il ragazzaccio fiorentino – che non è cambiato di una virgola – vuole comunque riservarsi la possibilità di essere quello che decide se, quando e in che modo staccare la spina al governo. Essendo un uomo di potere, lo farà non prima che siano decise le nomine in molte grandi aziende pubbliche e in diversi enti, che sono previste nella prossima primavera. Naturalmente molto dipenderà dalla performance di Conte e del suo governo, ma noi siamo portati a credere che difficilmente la maggioranza giallo-rossa supererà l’ostacolo della doppia finanziaria, e quindi un timing ragionevole per la crisi potrebbe essere giugno 2020. Mentre è molto difficile che si riesca ad arrivare alla nomina del nuovo presidente della Repubblica (inizio 2022), anche se è vero che con il “semestre bianco”, già a metà 2021 non sarà più possibile sciogliere le Camere. 

E veniamo alle opposizioni. Salvini si è messo in condizioni di essere politicamente ininfluente. Farà campagna elettorale permanente – cioè nulla di diverso da quanto ha fatto quando era al governo – e dovrà affrontare tre grosse rogne. La prima è quella di dover fronteggiare un vistoso calo dei consensi. Il problema non è tanto quello di essere passato all’opposizione – cosa per la quale ha maggiore predisposizione – quanto di aver perso l’allure del condottiero (ha persino piagnucolato dietro a Di Maio) sempre vincitore (ha perso), vero motivo del consenso di quegli italiani perennemente alla ricerca dell’uomo forte a cui dare “pieni poteri”. La seconda rogna, che potrebbe alimentare la prima, si chiama magistratura. Osservando la dinamica della vicenda Russiagate, tutto fa presumere che avremo presto nuove rivelazioni, con il coinvolgimento di altri attori, e che da queste discenderanno conseguenze giudiziarie. Se così fosse, il combinato disposto della prima e della seconda rogna produrrebbe per Salvini anche la terza: l’emergere di ostilità all’interno della Lega. Già si sono intraviste – le ruvide dichiarazioni di Giorgetti, i mal di pancia di Zaia, lo sconcerto di molti, specie della vecchia guardia, per il fatto che un passaggio così delicato come quello della crisi non abbia indotto il segretario a convocare alcun organo di partito – e altre, più sostanziali, ne seguiranno. Non ha di questi problemi la Meloni, ma è non meno di Salvini fuori dal gioco politico. E, per entrambi, non saranno le chiamate a scendere in piazza a ridar loro centralità.

Diversa è la situazione di Berlusconi. Da un lato, Forza Italia è in via di evidente disgregazione, ma dall’altro, se il Cavaliere ascolterà i saggi consigli di Gianni Letta, può approfittare dell’esiguità del margine che la neo maggioranza ha in Senato – resa ancor più marcata dall’incertezza di tre parlamentari della Südtiroler Volkspartei circa il voto di fiducia – per inserirsi nel gioco parlamentare e rivelarsi addirittura indispensabile, oltre che “responsabile”. D’altra parte, i moderati devono decidersi una volta per tutte: vogliono davvero fare i gregari di Salvini per costruire un destra-destra-centro che li vedrebbe, loro europeisti membri fondatori del Ppe e convinti sostenitori di Ursula von der Leyen, alleati del più grande partito sovranista del Vecchio Continente, considerato a Bruxelles come nelle maggiori cancellerie il “cigno nero” d’Europa? Oppure preferiscono contribuire a ricostruire, sulle macerie che loro stessi hanno contribuito a produrre, un’area centrale dello schieramento politico italiano capace di dialogare con le componenti riformiste della sinistra che sconfigga i nazional-populismi che i cattivi esiti della Seconda Repubblica hanno contribuito a creare ed alimentare? Naturalmente parliamo di Forza Italia perché è in Parlamento, e anche con una nutrita rappresentanza (per ora). Ma è evidente che l’occupazione di questo spazio centrale può e deve essere affidata anche e soprattutto a una o più forze nuove – l’ideale sarebbero due, una più orientata a sinistra (come era il vecchio Pri) e una più a destra (il Pli) – di cui da tempo si sente una disperante mancanza e una impellente necessità, al netto della preoccupazione che la risposta a questo bisogno non sia la nascita dei soliti partiti individuali, di cui abbiamo già visto il fallimento. 

E questo tema ci porta ad un ulteriore, e ultima, riflessione: quale assetto prenderà il sistema politico una volta che la sbandata populista sarà almeno assorbita se non del tutto superata? Al di là dei desiderata teorici, l’attuale situazione può avere sono due sbocchi possibili: il definitivo riapprodo ad un sistema proporzionale pieno, strada su cui ci si era già orientati con l’ultima legge elettorale salvo poi imbastardirla con un terzo di collegi assegnati con il maggioritario, oppure il ritorno ad un sistema bipolare sorretto da un congegno elettorale maggioritario, secco o a doppio turno. È noto che la nostra preferenza va al proporzionale temperato da uno sbarramento – che insieme all’istituto della sfiducia costruttiva dà stabilità al sistema – e per realizzarlo basta copiare l’ultra sperimentato modello tedesco. Ed è un’inclinazione non di tipo teorico – sul piano dottrinario potrebbe andarci altrettanto bene il sistema francese, naturalmente a patto che sia accompagnato dal semipresidenzialismo – ma derivante dall’esame delle caratteristiche genetiche degli italiani e del modo di essere della nostra politica.

Ora, però, è entrata a piedi uniti nella discussione su questo tema – annosa e fin troppo tormentata, a dire il vero – la vicenda della riduzione del numero dei parlamentari, perché ove mai si realizzasse, essa comporterebbe non solo la completa ridefinizione dei collegi elettorali, ma anche un ripensamento sui termini della rappresentanza delle Camere. In altre parole, se si riducono i parlamentari, è assolutamente necessario usare il sistema proporzionale, e quanto più puro possibile, per eleggere quelli che rimangono. Noi siamo stati scettici di fronte alla proposta grillina del taglio dei seggi, non fosse altro per la logica qualunquista – “diamo un taglio alle poltrone” – che la sottendeva. Ma siamo così convinti della necessità di stabilizzare il sistema politico italiano attraverso l’adozione del sistema elettorale (e non solo) tedesco, che saremmo disposti a benedire quel provvedimento, se fosse accompagnato da una nuova legge elettorale proporzionale con lo sbarramento (al 5% è l’ideale, ma anche al 3% andrebbe bene). Vedremo presto se i neo-democristiani vestiti di giallo-rosso avranno la capacità di andare in questa direzione, oppure se l’aurea di neo-Dc, fosse anche nella versione dorotea, è usurpata.

ENRICO CISNETTO

FONTE:TERZAREPUBBLICA.IT

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