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Negli ultimi giorni della Mostra del Cinema resistono solo i più forti. Il Lido è quasi vuoto quando mi metto in fila per il film in concorso, eppure uscita dalla sala mi rendo conto di aver visto uno dei più bei lungometraggi in gara per il Leone d’Oro. Sto parlando di A herdade (il dominio) di Tiago Guedes, regista portoghese che gareggia con un’opera di ben 166 minuti. La coda per entrare in sala arriva a malapena alla metà della Sala Grande di Palazzo del Cinema. Dentro, però, siamo tutti ipnotizzati da ciò che viene proiettato sullo schermo: ogni singola inquadratura sembra studiata al millimetro. Finalmente un regista di cui ci si può fidare fin da subito, che ti fa sedere comodo su una poltrona per dirti: tranquillo, ora ci penso io.

A herdadeparte negli anni 40 lungo la riva del fiume Tago, nelle terre di una delle famiglie più ricche del paese. Il protagonista è Joao, proprietario della tenuta e addestratore di cavalli, e i suoi parenti. La moglie Leonor, l’amico Joaquim con la consorte Rosa e i loro figli. Dentro la famiglia ci sono vari intrecci che li legano indissolubilmente, anche dopo che la rivoluzione contro il governo lacera il paese e restituisce loro un’epoca nuova. Joao è un padre di famiglia severo e duro, soprattutto col figlio Miguel, che vorrebbe crescere forte quanto lui ma che finisce per essere la pecora nera. Parlare di A herdade come un semplice film sulla famiglia è riduttivo, perché tratta di temi universali quali la fratellanza, l’amore, la società. E ciò che la circonda, la permea: la politica, le invidie, le infamie, i difetti e le cadute. Parla di un’umanità piena di incongruenze e difetti, talvolta difficili da nascondere, di persone che dicono bugie quando non ce n’è bisogno, di codardi, di cavalieri e di donne che si ribellano. Il tutto con delle immagini mozzafiato, già dalla prima inquadratura, in cui un albero immenso simboleggia l’eternità, il tempo che passa accanto a noi senza che ce ne accorgiamo. E lo stesso albero sarà morte, vita, speranza, perdita.

Il pomeriggio, la sezione di Orizzonti dedicata ai cortometraggi delude amaramente. L’unico degno di nota è Cães que ladram aos pássaros (Cani che abbaiano agli uccelli), di Leonor Teles. Un altro lavoro targato Portogallo che si incentra su un ragazzo che, in meno di venti minuti, deve fare i conti con la società che attorno a lui si trasforma, muta, e non tornerà mai quella di prima. Il mondo visto da una sella di una bicicletta. Tutti ci auguriamo che Teles passi ai lungometraggi – come, del resto, è già successo per il regista di Madre, il film migliore di Orizzonti.

Anja Trevisan

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