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In foto Giuseppe Conte

A cosa hanno detto Si il 79% per cento degli elettori della piattaforma Rousseau che si sono espressi a favore del governo Pd Cinquestelle? All’inevitabile, viene da rispondere. A un inevitabile governo di sistema. Perché è stata la necessità del sistema – con tutto ciò che questa parola racchiude di neutro nel suo perimetro significante: equilibri geopolitici, stabilità istituzionale, tenuta sociale ed economica, logiche di apparato e di sicurezza – a rendere inevitabile, e perciò necessario, il cosiddetto governo giallorosso. È stata la necessità del sistema a piegare – per forza delle cose – anche i dubbi e le resistenze interne al Pd rispetto a un’intesa vissuta con riottosità e diffidenza e simmetricamente a generare la terza metamorfosi del movimento Cinquestelle: da partito-piazza a partito sistema, appunto.

Qualcuno avrà notato che Luigi Di Maio ieri, accanto a riflessi antichi nel definire “un plebiscito” il voto su Rousseau, ha definito il movimento Cinquestelle come “garante della stabilità”. Un lessico lontanissimo fino a ieri dall’incedere retorico abituale dei Cinquestelle ma che dimostra come la metamorfosi a cui si accennava abbia compiuto, indotta dalla pressione degli eventi, parte del suo corso. Una parabola, quella dei Cinquestelle, simile, si è detto, a quella di Tsipras in Grecia. Perché alla fine – e anche questo si è detto – con il populismo non si governa, e insomma tu puoi anche combattere l’establishment ma non senza un establishment alternativo, e soprattutto non senza avere in mente e in vista il progetto di un altro o nuovo approdo.

È questo ciò che, nella loro insipienza, è completamente mancato alle forze populiste al governo. E così malgrado le convulsioni e le crisi attraversate negli ultimi anni l’unico partito italiano che ha mantenuto un rapporto organico con l’establishment, con il sistema profondo, con l’infrastruttura istituzionale del paese è il Partito democratico. Ed è un dato, non una cosa negativa o positiva. Un dato che genera delle conseguenze come quella per cui è stato attraverso il Pd, la sua capacità di mediazione, di articolazione e di negoziazione che in parlamento si è ricomposto un governo alternativo a quello gialloverde, esploso per un voltaggio eccessivo di competizione su temi elettoralistici e sull’asta al rialzo di toni demagogici e populisti, come se la prassi di governo fosse la prosecuzione della propaganda con altri mezzi.

Luigi Di Maio ieri, accanto a riflessi antichi nel definire “un plebiscito” il voto su Rousseau, ha definito il movimento Cinquestelle come “garante della stabilità”

Di fronte allo scenario di un esecutivo dem-cinquestelle che oggi, dopo il vaglio formale della piattaforma grillina, appare sicuro, la destra lancia l’appello alla mobilitazione di piazza, ancora una volta in nome del popolo tradito dal palazzo. Palazzo a cui tuttavia – ed ecco la contraddizione strategica – la destra aspira a tornare dopo le elezioni. Reiterando però l’illusione che un paese moderno e una società complessa possano essere governate solo con il sempre più fluido consenso elettorale senza una cognizione della profondità dello Stato e delle istituzioni, senza relazioni con questa dimensione, nell’ignoranza delle costanti sistemiche e della loro lunga durata, delle relazioni internazionali e continentali e della loro qualità. Qualità che può essere naturalmente modificata, ma non a colpi di reni e a colpi di teatro. Come se il paese fosse il palcoscenico del Bagaglino.

E se non ci fossero motivi storici a dare spiegazione di questi atteggiamenti ci sarebbe da sorprendersi del fatto che soprattutto a destra siano acquartierati i maggiori e più lucidi teorici del realismo politico. Che non è l’ideologia del cinismo ma è lo smascheramento di ogni ideologia a favore della realtà effettuale. “Volevo il voto – ha detto ieri Salvini commentando a caldo l’esito della consultazione grillina su Rousseau – ma ho sottovalutato la fame di potere”. Come se la spinta di ogni politico, lui compreso, non fosse anche la fame di potere. Ma ciò che Salvini ha sottovalutato e anzi preso minimamente in considerazione, più che la volontà di potenza, sono le costanti e la natura della politica e in primis la tendenza del sistema a creare dei dispositivi di tutela.

È un nuovo cambio di pagina: spetterà a Conte – premier diventato di garanzia e super partes – a saper scrivere dritto anche sulle righe storte

Il resto è prassi: la composizione del governo, il voto di fiducia, il tentativo di dare risposte alle questioni più urgenti: il disinnesco dell’aumento Iva, la soluzione delle molte vertenze aziendali aperte, la legge di bilancio. Giuseppe Conte potrebbe portare forse già stamattina al Quirinale la lista dei ministri. Nella quale qualche nome appare quasi sicuro come Dario Franceschini alla Difesa e Luigi Di Maio agli Esteri, rispettivamente capidelegazione di Pd e del Movimento 5 Stelle. Andrea Orlando resterà al partito come vicesegretario unico mentre alle Infrastrutture – a proposito di realismo – il pragmatico capogruppo M5S al Senato Stefano Patuanelli potrebbe sostituire Toninelli. Infine potrebbero entrare nella compagine governativa anche nomi di renziani di stretta obbedienza come Ettore Rosato e Anna Ascani. È un nuovo cambio di pagina: spetterà a Conte – premier diventato di garanzia e super partes – a saper scrivere dritto anche sulle righe storte. Non sarà facile

Riccardo Paradisi

Fonte: linkiesta

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