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Ultimi giorni di Mostra. Ieri, in concorso, Saturday fiction di Ye Lou. Gong Li (forse la conoscete per Memorie di una geisha) interpreta Jean Yu, un’attrice che nel 1941, quando è ambientata la storia, è all’apice del successo. La location è una Shangai sotto l’occupazione del Giappone, e qui Jean si muove, vive, recita la sua ultima pièce teatrale a fianco di un suo vecchio amante. Superficialmente, è a Shangai per questo; ma il vero motivo è che deve salvare il suo ex marito dai giapponesi. Jean, come quasi tutti i personaggi che si intrecciano nella storia, è una spia. Saturday fiction è un thriller, è un drammatico ed è un noir, girato interamente in bianco e nero – con una fotografia pazzesca. A tratti diventa pesante, quasi come se non fosse un film, ma un videogioco: Jean siamo noi ed entriamo in contatto con persone dalla dubbia provenienza e dai dubbi scopi, dobbiamo riuscire a capire chi è cosa, quello che vuole ottenere, se in tasca ha una pistola o se vuole solo stringerci la mano e chiederci una foto. Un film molto elegante, in cui il fumo della sigaretta sembra annebbiarci la vista, ogni tanto, dove i cappotti grigi dei personaggi si fondono bene al clima di smarrimento che attraversa la Shangai occupata. Viene citato anche Nanchino, per non dimenticare i crimini di guerra perpetrati dai giapponesi e per cui solo di recente hanno ammesso la colpa.

Roy Andersson vinse nel 2014 il Leone d’Oro per Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza. Torna in concorso quest’anno con il criptico About endlessness, un dramma che racconta la condizione umana con una vena di umorismo. Un film che non è un film ma un insieme di piccole vignette, scene di vita umana, che alla fine donano allo spettatore una macabra dimostrazione di quanto l’esistenza, a volte, appaia e sia inutile e vana. Per esempio: un uomo invidia un suo ex compagno di classe. A un sommelier cade del vino. Dei genitori visitano la tomba del figlio. Andersson, col lungometraggio, sembra aver riflettuto solo su quanto la vita sia un insieme di sofferenze messe un po’ a caso; ognuno ha le proprie, tanto vale conviverci.

Orizzonti ieri ci ha offerto Moffie del regista sudafricano Oliver Hermanus. La parola “moffie” nel suo gergo vuol dire “femminuccia”. Vuol dire che non sei uomo, che non hai coraggio, che non vali niente e, soprattutto, che sei sbagliato; fatto male. Non c’è offesa peggiore. Ed è da questa etichetta che vuole scappare Nick, il protagonista sedicenne che, come ordina la legge sudafricana, deve cominciare la leva militare. Perché Nick è omosessuale ma non lo accetta, come non lo accetterebbero la sua famiglia e la società, e anche per questo diventa uno dei migliori. La cosa davvero emozionante del film è che si divide in tre parti: indifferenza, sofferenza e accettazione. E noi le vediamo tramite i colori, le immagini. Nick all’inizio del film è in penombra, nemmeno lui sa che cos’è e a cosa sta andando incontro. Lungo tutta la parte centrale di lui rimane solo una sagoma nera, stagliata su sfondi coi colori del tramonto e delle nuvole azzurre. Nell’ultima è finalmente illuminato dalla luce del sole, non ha bisogno di nascondersi, di annullarsi, di azzerarsi. Sfortunatamente, ci sono paesi in cui l’omosessualità è ancora reato. Moffie ci vuole ricordare quanto la comunità LGBT+ sia ancora profondamente discriminata, in mille modi diversi – e anche qui, in Italia. Ma che ti diano della femminuccia o del maschiaccio, il messaggio che in realtà dovrebbe arrivarti è questo: sei tu, sei te stesso e va benissimo così. Anche se sei un moffie.

Anja Trevisan

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