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Stamattina a Venezia è stato presentato Joker di Todd Philips. A interpretarlo per la quinta volta è Joaquin Phoenix, al Festival anche l’anno scorso per l’acclamato The Sisters brothers. Joker non ha niente a che vedere con i classici film sui supereroi o sui super cattivi; è un dramma che scava all’interno della mente malata di una persona che, per quanto ne sappiamo, potremmo incontrare per strada. Gioca con ombre, luci color bottiglia, pezzi di oscurità sul viso di Joker, che nella realtà si chiama Arthur Fleck e vuole solo divertire le persone facendo stand-up comedy. Solo questo. L’altro suo desiderio è che sua madre malata non soffra. Balla con lei in soggiorno, le porta la cena a letto, asseconda i suoi deliri nel loro piccolo e ammuffito appartamento in una Gotham alla deriva, governata da Tom Wayne (padre del futuro Batman). Arthur, prima di diventare il personaggio, ha sulle spalle un peso che non riesce più a sostenere. E Philips non ce lo mostra, ma ce lo fa sentire con chiarezza: quando Arthur sale le scale, entra in casa, corre, si arrabbia, è perseguitato da un suono cupo e profondo che sembra provenire da una parte nascosta della sua anima. Quella che verrà fuori solo con la maschera che indosserà. Joker è un film drammatico che riesce a prenderti per le spalle e a farti venire la tachicardia; che ti commuove, che ti inquieta, che ti agita, e che alla fine ti fa guardare Joker con occhi nuovi, con un’empatia che mai, mai ci saremmo aspettati. Prima di essere un assassino, un criminale, un ladro, un rivoluzionario, Joker era Arthur. Una persona insoddisfatta, con un problema al cervello che lo faceva scoppiare a ridere anche in situazioni drammatiche: ed è in queste scene che Joaquin ha dato il meglio, che ci ha regalato una performance da brividi. Ha abbandonato se stesso e di lui è rimasto solo un involucro magro e pallido, segnato da rughe e occhiaie. È diventato un altro, ha cambiato pelle e sguardo e si è trasformato in Arthur, nel fragile Arthur, quello che voleva solo essere visto, essere compreso, ed essere amato. E che, quando non ci è riuscito, ha deciso di farsi esplodere lasciando scoperte tutte le parti di sé che prima aveva cercato, difficilmente, di reprimere. Consigliatissimo, uscirà al cinema il 3 ottobre 2019.

Nella sezione Orizzonti è stato presentato Madre dello spagnolo Rodrigo Sorogoyen. A interpretare la protagonista Elena è l’attrice Marta Nieto, che aveva già recitato per lui nel cortometraggio da cui è tratto il film. La storia comincia con Elena, in casa con la madre, che viene chiamata dal figlio di sei anni Ivan. Le dice che il padre l’ha lasciato in una spiaggia francese da solo e che ha paura, il telefono è scarico, un uomo gli si avvicina. La linea cade: Ivan non verrà mai più trovato. Nei primi otto minuti (senza uno stacco: un unico, straziante, piano sequenza) capiamo con cosa dovrà confrontarsi Elena per i restanti centodiciassette: abbandono, amore e sofferenza. Dopo dieci anni, Elena abita in Francia, nella spiaggia in cui Ivan è scomparso, e incontra Jean, un ragazzino di sedici anni che le ricorda il figlio, e non riesce a resistere. Si conoscono, attirati magneticamente l’uno dall’altra, e non possono stare senza sfiorarsi, toccarsi, guardarsi. Il rapporto che intercorre tra i due è in equilibrio su un filo invisibile che nessun altro vede. Appeso in una dimensione – quella dell’amore incondizionato – che, vista dagli occhi di chi li circonda, sembra malata. Il film ci parla con una delicatezza unica, regalandoci una storia così pura e piena di piccoli, essenziali gesti, da farci sobbalzare sulla sedia solo con due mani che si sfiorano.

Dalla giornata di venerdì:

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