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“1-2-X”. L’Italia è talmente immersa nell’incertezza che ormai si ricorre alla vecchia schedina per pronosticare quel che accadrà alle elezioni del prossimo fine settimana, ma soprattutto dopo. In effetti, a ben pensarci, mai nella storia repubblicana si era assistito ad una campagna elettorale in cui il sangue versato nello scontro politico non è quello tra avversari ma tra i componenti della medesima coalizione di governo, che per di più giurano di voler continuare a rimanere tali. Perché lo schema è sempre stato: pubblicamente solo distinzioni, la lotta sempre sotto il pelo dell’acqua. Ora, invece, è aggressione quotidiana, violenta e con uso di linguaggio truculento. Il fatto è che i due, Salvini e Di Maio, fino a dicembre hanno trovato il loro comun denominatore nello spendere risorse pubbliche – sommando le diverse istanze, facendo finta che fossero compatibili – con l’intento di comprare consenso e l’idea di dividersi il bottino. Poi, quest’anno, via via che si è capito che le loro scelte non risolvevano i problemi quando non li aggravavano (vedi la recessione) e che i soldi a debito erano finiti (per mano della Ue), ecco che è sorta la necessità di rimbalzarsi le responsabilità e litigare sui debiti futuri. Fino al punto di brandire l’arma finale, quella giudiziaria, nonostante che la storia, dal 1992 in poi, dovrebbe aver loro insegnato che quella è un boomerang che dopo aver colpito il nemico con la medesima violenza torna addosso a chi l’ha usata. E senza capire che, probabilmente, gli italiani li puniranno entrambi – quantomeno frustrando le loro aspettative – nelle urne del 26 maggio.

D’altra parte, per capire la portata e le implicazioni di questa anomalia – tutta italiana, e difforme persino rispetto alle nostre stesse tradizioni forcaiole – basterebbe leggere l’intervista che Repubblica ha fatto a Annegret Kramp-Karrenbauer, la leader della Cdu tedesca candidata alla successione di Angela Merkel, e scoprirne lo stile, elegante con gli alleati e netto ma corretto con i rivali (tra cui anche Matteo Salvini, cui viene chiusa, senza se e senza ma, la porta). Un altro pianeta.

Tuttavia, se è vero che in queste condizioni è impossibile fare previsioni sia sul risultato elettorale che sulle sue successive conseguenze in termini di quadro politico – le ipotesi restano quattro: continuità; rimpasto; cambio di maggioranza; elezioni anticipate – è altrettanto vero che non è difficile pronosticare quello che comunque accadrà al Paese nei prossimi mesi. E di cui abbiamo avuto un primo assaggio con il repentino rialzo dello spread dei giorni scorsi – si noti che nel frattempo quello spagnolo è sceso sotto quota 100 – che aggiunge, a carico di tutti noi, qualche decina di milioni di aggravio sul costo del debito rispetto a quanto il “rischio Italia” ci è già costato: un miliardo e mezzo nei 7 mesi di governo gialloverde nel 2018 (stima Bankitalia), cui ora si dovrebbe essere aggiunto l’aggravio prodotto nei primi cinque mesi del 2019, che non è azzardato stimare in quasi un miliardo. Potete starne certi:senza fatti nuovi – che non sono alle viste, purtroppo, sia che i due partiti di governo escano bene sia che escano male, dalle urne – l’Italia subirà una nuova crisi finanziaria. E non solo perché Salvini ha dichiarato – smentito da Di Maio, che però non ha nessuna credibilità in materia – di voler aumentare il debito pubblico, già a livelli record e in crescente aumento. No, il vero tema è che in autunno ci sarà da fare una manovra di bilancio lacrime e sangue, e per indurci a non scappare una volta di più dalle nostre responsabilità, o a maggior ragione per evitare che non la si faccia proprio, la Ue imboccherà la strada dell’apertura di una procedura d’infrazione. Tanto più visto che nessuno somiglia neppure lontanamente al profilo politico di Alexis Tsipras, che in pochi anni è riuscito a fronteggiare la crisi greca trasformando il populismo estremista in un ragionevole movimento di tipo socialdemocratico.

In questo scenario, diventerà sempre più difficile rifinanziare il debito pubblico: la Bce, che ha già smesso di acquistare i nostri Btp, limitandosi a rinnovare quelli di cui è già in possesso, non potrà intervenire; le banche, che a fine anno dovranno restituire i finanziamenti agevolati europei (Tltro) di cui hanno goduto, non solo non potranno comprare altri titoli ma venderanno una grande quantità di quelli che hanno in portafoglio; gli investitori internazionali, che negli ultimi tempi sono scesi a meno di un terzo del totale nella classifica dei detentori di Btp, è presumibile che aumentino il loro grado di disaffezione. E pure gli italiani, con questi chiari di luna, saranno indotti a smettere di investire in titoli del debito. Il risultato sarà, inevitabilmente, lo spread alle stelle e il pericolo default che torna a farsi incombente come nel novembre 2011. Tanto più se il quadro economico mondiale dovesse risentire delle conseguenze dello scontro tariffario tra Stati Uniti e Cina, che non avendo vincitori possibili finirebbe con lo spingere la congiuntura verso una recessione su scala planetaria. Scenario nel quale l’Italia, con la sua crescita zero e il debito sempre più insostenibile, sarebbe la prima a risultare soccombente.

E in una situazione del genere, pensate davvero che l’Europa se fosse messa di fronte al dilemma se perdere per strada un paese grande e fondatore della Comunità ma fuori dalle regole, o se salvarlo, sceglierebbe quest’ultima opzione? Noi di TerzaRepubblica temiamo – fortemente – di no. Anche perchè, l’Italia arriva alle elezioni europee già completamente isolata in Europa, sia a Bruxelles che rispetto alle singole cancellerie, visto che è lunghissima la lista dei paesi che non vedono l’ora di farcela pagare, sia per il nostro essere eterne “cicale” sia per le posizioni sovraniste che ci contraddistinguono. Se poi, il responso del voto dovesse dirci che il nostro è uno dei pochissimi paesi, e l’unico dei grandi, ad aver avuto un andamento elettorale distonico rispetto a quello che complessivamente risulterà in Europa, beh allora il pericolo che l’Italia correrà sarà davvero molto grave. Fin qui i pentaleghisti – almeno in questi uniti – ci hanno raccontato che “tanto a Bruxelles ci saranno facce nuove e tutto cambierà”. Ora le facce saranno certamente diverse, ma – come i sondaggi realizzati in tutti i paesi dicono – la Ue non dovrebbe correre il pericolo di veder sconvolti i suoi tradizionali equilibri: popolari e socialisti insieme, questa volta con l’aggiunta forse dei Verdi  e certamente dei liberaldemocratici dell’Alde – cui partecipa l’italiana “+Europa” – che ha appena raggiunto un accordo di integrazione con il movimento di Emmanuel Macron, La République En Marche. Ecco perché, al di là di ogni altra valutazione, non ci possiamo permettere il lusso di andare controcorrente. La conseguenza sarebbe l’esiziale passaggio dell’Italia dall’isolamento momentaneo a quello definitivo. La speranza, l’unica cui possiamo affidarci, è che siano gli italiani ad evitarlo, capendo la posta in gioco e cercando – malgrado un’offerta politica che certo non aiuta – di indirizzare la politica verso posizioni meno confliggenti con l’Europa. E sapendo che non basterà invertire i pesi dei due partiti al governo rispetto a quelli del marzo 2018 per riuscire nell’intento. Non tanto perché oggi è più Salvini di Di Maio ad apparire maggiormente spregiudicato sull’uso della leva del deficit e del debito e nei giudizi riservati alla Ue e all’eurosistema – francamente la conversione moderata dei pentastellati, oltre che inconsistente, è del tutto non credibile – ma perché se anche dovesse tornare il vecchio centro-destra, Berlusconi ci ha già fatto sapere di essere dell’idea che il Ppe, cui Forza Italia appartiene, dovrà mollare i socialisti per abbracciare i nazional-populisti. Linea, questa, che i popolari tedeschi, che nel Ppe comandano, hanno già respinto senza mezzi termini. Insomma, rischieremmo l’isolamento in Europa anche nel caso di un ribaltone di governo.

Lo sappiamo, a questo punto del discorso sarebbe venuto il momento di affrontare il problema dei problemi: quale scelta fare domenica 26 maggio. Domanda a cui mai come questa volta risulta arduo dare una risposta. Riflettiamoci ancora per qualche giorno, ne parliamo venerdì prossima, alla vigilia del voto.

ENRICO CISNETTO

FONTE: terzarepubblica.it

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