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È sempre azzardato trarre da elezioni nazionali conclusioni politiche su scala continentale, ma dopo il voto in Spagna – che rilancia il campo socialista e rende più improbabile l’evocato patto tra popolari e sovranisti – è lecito supporre che l’Europa si avvii a creare le condizioni di una forte e stabile alleanza tra socialisti e popolari, versione Ue del nostro vecchio centro-sinistra (quello della Prima Repubblica, sia chiaro), con la possibilità di allargare l’intesa a liberali e verdi. Un orientamento ben diverso da quello nazionalista auspicato da Matteo Salvini – anche quando duetta con l’ungherese Viktor Orban, che malgrado tutto alberga nel Ppe – come pure da quello velleitario e indefinito di Di Maio. Tanto da generare un assetto politico, nel Parlamento di Bruxelles come nella Commissione Ue, che vedrebbe l’Italia estranea, specie se dalle urne il 26 maggio dovesse uscire consolidato o quantomeno non sconfitto l’asse populista e sovranista che ha espresso il governo Conte. Per cambiare il corso delle cose, non sarebbe infatti sufficiente un’inversione dei pesi elettorali tra 5stelle e Lega, visto che entrambi i partiti di maggioranza sono avulsi dal contesto delle grandi famiglie politico-culturali che fin qui hanno retto le sorti dei maggiori paesi europei e dell’Unione nel suo insieme. Questa estraneità viene vista da quella parte dell’opinione pubblica più severamente critica nei confronti dell’Europa – grande, anche se niente affatto maggioritaria, a nostro avviso – come un segno distintivo, la certificazione della verginità politica delle forze “del cambiamento”. Una medaglia da appuntarsi al petto, insomma, e grazie alla quale fare il pieno del consenso. 

Ecco, vorremmo suggerire a questi italiani di fare qualche riflessione su cosa significhi per il nostro Paese, numeri alla mano, l’essere marginali in Europa. E non parliamo, qui, della condizione di emarginazione che i rappresentanti italiani vivono nei diversi livelli, rappresentativi e ancor più eurocratici, delle istituzioni comunitarie, non fosse altro perché si tratta di cosa che si perpetua da decenni. No, rende di più l’idea del drammatico scivolamento dell’Italia ai margini – e forse anche oltre – dell’Europa se si guarda all’economia. Prendiamo, per esempio, i dati relativi alla ricchezza nazionale, di cui in questi giorni i signori del governo si sono riempiti la bocca perché l’Istat ha certificato che nel primo trimestre di quest’anno il pil è tornato a crescere (+0,2%), interrompendo la serie dei trimestri recessivi del 2018. A parte il fatto che essere passati dalla recessione alla stagnazione non dovrebbe essere motivo di consolazione per nessuno, tanto più se la distanza che ci separa dalla crescita media Ue continua ad essere, come è da due decenni, circa un punto di pil annuo, ma ciò che più conta è la tendenza di medio e lungo periodo, sia assoluta che in relazione a quella continentale. E sono proprio queste variabili a darci la misura della nostra condizione di marginalità nell’eurozona. Intanto, rispetto ad un anno fa, il livello del pil risulta essere pressoché invariato. In valore assoluto, nei primi tre mesi del 2018 la ricchezza nazionale era di 403,8 miliardi, scesi poi a 403,1 miliardi alla fine dell’anno per effetto del secondo semestre con il segno meno, e poi risaliti tra gennaio e marzo 2019 a 404 miliardi, impercettibilmente poco più su di dove il pil era arrivato un anno fa. E il confronto si fa deprimente se si guarda al resto d’Europa: nello stesso periodo la Francia ha registrato una crescita dello 0,3%, la Spagna un inaspettato +0,7% mentre la media dell’eurozona segna un +0,4%. 

Ma anche allungandosi un po’ più indietro nel tempo, le cose non migliorano, anzi. Se si parte dal primo trimestre 2015 per arrivare al primo di quest’anno, nei 17 trimestri compresi in questo arco di tempo si registra, in media, una variazione congiunturale dello 0,27% e una variazione tendenziale dell’1,65%. Ben poco, visto che quella è stata la fase della ripresa – noi qui non a caso l’abbiamo chiamata “ripresina”, procurandoci così la bollatura di Matteo Renzi quali “gufi menagramo” – dopo la crisi. E a proposito, ecco spiegato perché a 11 anni dall’inizio del grande crack mondiale, il pil italiano sia ancora inferiore di quasi il 5% ai livelli del primo trimestre 2008, considerato il picco precedente la grande recessione. Viceversa, l’euroarea è cresciuta del 7,8%, con ben 9 paesi in doppia cifra (guidati dall’Irlanda, con il 66% di crescita, performance che però è “drogata” dalle agevolazioni fiscali di cui godono le multinazionali). L’Italia è l’unico paese con la Grecia –  la quale conserva uno scarto con la situazione pre-crisi ancora superiore al 20% – a non avere recuperato il gap accumulato nella fase recessiva. Nel nostro caso avevamo perso oltre il 10% della ricchezza nazionale, e in oltre un decennio siamo stati capaci di recuperarne solo la metà. La Germania è invece cresciuta in questi 11 anni del 13%, la Francia del 9 e mezzo, la Spagna di oltre il 4%. Chi è andato peggio, a parte Grecia e Italia, è il Portogallo, che però è cresciuto, anche se solo dell’1,2%. Se poi si guarda al pil pro-capite, stiamo ancora peggio, perché persino la Grecia ci supera. Secondo l’Ocse, siamo infatti l’unica popolazione non solo europea ma di tutte quelle dei paesi ad alto progresso economico, che nel periodo 2008-2018 ha visto scendere il pil pro-capite (del 2,5%), mentre tutte le altre, ellenici compresi, ha fatto meglio di noi. 

Non è ancora sufficiente? Nei principali paesi dell’eurozona l’economia cresce di più rispetto al costo del debito, mentre in Italia è l’opposto. Confindustria ha infatti calcolato che la variazione percentuale 2014-2018 cumulata del rapporto debito pubblico/pil + è pari al +7,6 per l’Italia, -0,3 in Francia, -2 in Spagna, -6,6 in Germania. Cosa che a noi è costata un incremento del rapporto debito-pil, in media, di un punto e mezzo punti l’anno negli ultimi cinque anni. Dato destinato a peggiorare nel 2019 se, come è stato nei primi quattro mesi, lo spread dovesse confermarsi in media intorno a 250 punti (livello considerato comunque contenuto rispetto ai rischi reali che corriamo, viste le condizioni della nostra finanza pubblica).

Insomma, con la Brexit in corso, l’Italia è formalmente il terzo paese d’Europa. Nella sostanza siamo sempre stati, anche in tempi in cui il nostro sistema politico non era ridotto nelle pietose condizioni odierne, uno dei tanti, velleitari nel tentativo, puntualmente fallito, di rompere l’asse franco-tedesco, e incapaci persino di essere i leader dell’area del Mediterraneo. Ora, però, siamo precipitati ai bordi del campo europeo. Il 26 maggio dobbiamo decidere se provare a restarci dentro, e magari tentare di riguadagnare il centro della scena, oppure se uscirne del tutto, per volontà nostra o, peggio ancora, perché buttati fuori. Pensiamoci bene.

ENRICO CISNETTO

Fonte: TERZAREPUBBLICA.it

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