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In foto Giovanni Tria

Le parole del ministro Tria sull’aumento dell’Iva non sono certo definitive, ma aggiungono un elemento di novità sulla discussione in atto da settimane. Oggi il ministro dell’Economia, in audizione sul Def davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, è stato piuttosto chiaro: “Lo scenario tendenziale incorpora gli incrementi dell’Iva e delle accise dal 2020-2021”.

Il tema, va ricordato, è molto delicato e pone la maggioranza gialloverde di fronte a una difficile scelta di politica economica: se non verranno disinnescate le famigerate clausole di salvaguardia, l’Iva aumenterà drasticamente al 25%, a partire dal 2020. Si tratta di una tagliola di oltre 23 miliardi di euro, peraltro voluta dallo stesso governo gialloverde nell’ultima manovra finanziaria. E la novità è che Tria intende andare avanti sull’aumento dell’imposta indiretta, almeno stando a quanto dichiarato oggi.

Non si comprende infatti dove l’esecutivo intenda trovare così tante coperture, soprattutto perché invece di definire una strada concreta perfarlo, continua piuttosto a promettere provvedimenti molto costosi, vedi Flat tax. Riuscirà nel suo intento? Secondo quanto riferito oggi dal titolare di XX settembre sembrerebbe di no, almeno per il momento. Ed è questa la novità politica importante. Perché se è vero che il Def di aprile solitamente rappresenta una fotografia macroeconomica del Paese e che le misure più concrete in genere vengono definite dopo l’estate – più in prossimità con la scrittura della legge di Bilancio – è altrettanto vero che la maggioranza di governo avrebbe potuto disinnescarle già in queste settimane se davvero ci fosse stata una volontà politica.

Il fatto che invece siano ancora lì e che Tria sia costretto a dire che senza alternative l’Iva aumenterà dimostra le enormi difficoltà cui andrà incontro l’esecutivo nel momento in cui dovrà sedersi attorno a un tavolo per scrivere la prossima legge di Bilancio. Difficoltà ingigantite dalle promesse (a questo punto davvero irrealizzabili) che i gialloverdi continuano a fare.

Se ne riparlerà sicuramente dopo le elezioni europee, ma l’impressione è che la calda estate farà evaporare le tante parole di propaganda pronunciate in queste ore, come quelle di Di Maio di oggi, che ha risposto al ministro Tria promettendo (ancora?) che fino a quando ci sarà lui al governo l’Iva non aumenterà.

Ma il vero punto è che i soldi non ci sono: nel 2019 si è speso molto per reddito di cittadinanza e quota 100, con misure che non sono certo in grado di generare Pil, come lo stesso governo ha riconosciuto nell’aggiornamento del documento di economia e Finanza.

E preoccupa la strada ipotizzata oggi in Commissione di trovare risorse dal taglio drastico delle detrazioni fiscali. Perché accentuerebbe le conseguenze negative dell’aumento dell’Iva: all’aumento dell’imposta indiretta che colpisce ingiustamente il ricco e il povero, infatti, si aggiungerebbe la cancellazione delle agevolazioni fiscali, che sono pensate proprio per i più deboli.

Ci si chiede inoltre come si possano rilanciare i consumi (esigenza più volte denunciata dallo stesso Mef) nel momento in cui si vanno adaumentare le tasselegate alla vendita di beni e servizi. Si innescherebbe piuttosto una spirale di aumento dei prezzi che danneggerebbe ancora le famiglie.

Fatto sta che la scelta di aumentare o meno l’Iva divide fortemente il governo e pone da una parte il titolare dell’Economia nel disperato tentativo di far quadrare i conti pubblici; dall’altra Di Maio, ma soprattutto Salvini, che con un aumento renderebbe carta straccia il suo programma fiscale di riduzione delle tasse promesso agli elettori di centrodestra.

Come se ne uscirà? Sarà la prossima tornata elettorale a portare consiglio.

Stefano Minucci

FONTE: DEMOCRATICA.it

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