CONDIVIDI

Un interrogativo aleggia sull’economia di Internet: dove risiede davvero la ricchezza della rete? Le risposte plausibili sembrano molteplici: nella popolarità che ciascuno può cercare di conquistarsi, o nei big data e nelle piattaforme che li raccolgono e se ne impossessano; nel lavoro non retribuito di chi immette contenuti nella rete e nei fenomeni virali che attraversano il paesaggio del web, o nelle speculazioni della finanza globale. Oppure, ancora, nei marchi che rendono unici e inattaccabili i più noti servizi digitali, o nel capitale immateriale delle idee e nel dispiegarsi di una nuova creatività condivisa. Di fronte a simili (recenti) questioni, Miconi prova a scovare una (vecchia) risposta nel pensiero di Marx. Le pagine del Capitale, nell’originale lettura di prima mano che l’autore qui ci propone, dimostrano infatti di saper offrire ancora oggi glistrumenti analitici più adatti per comprendere il contesto storico-sociale. E a centocinquant’anni di distanza, concetti come quelli di valore, lavoro e rendita confermano tutta la loro inossidabile utilità quando si vogliano prendere in esame i processi di produzione e distribuzione della ricchezza.

Pubblichiamo un estratto del libro “Surplus Digitale. La filiera del valore da Marx al web” di Andrea Miconi.

ll lavoro creativo dei distretti post-industriali, l’assemblaggio degli strumenti materiali nelle fabbriche al di fuori dell’Occidente e, infine, la discesa negli inferi del capitalismo digitale: le miniere in cui vengono estratte le materie prime necessarie al ciclo produttivo dell’economia dell’informazione. Nessun aspetto della catena del valore rende meglio l’idea della lettura sincronica che stiamo seguendo – forme arcaiche che sopravvivono, e «il morto che afferra il vivo» – delle condizioni di lavoro tuttora necessarie al reperimento dei minerali che tengono in vita le batterie dei nostri device (il litio, il cobalto e il coltan, nome corrente, quest’ultimo, della columbo-tantalite).

Se ogni singola merce, come si è detto, incorpora in sé il lavoro oggettivato nelle precedenti fasi di produzione, incontriamo qui l’esempio più doloroso, talmente doloroso da grondare letteralmente sangue: tanto è vero che alcuni hanno parlato di blood Macs, per ovvia analogia con i blood diamonds, i diamanti esportati dall’Africa a costo di alimentare qualche guerra civile (anche se sarebbe corretto parlare di blood phones, perché la questione non riguarda soltanto Apple).

Una prima esplorazione di questo segmento della catena del valore non può che iniziare da un luogo mitico e dal nome carico di suggestioni arcaiche: Potosí. Si tratta della stessa città mineraria fondata dagli spagnoli, diventata simbolo della conquista delle Americhe e per antonomasia dell’appropriazione selvaggia delle ricchezze: «vale un Potosí», dirà in modo emblematico don Quijote de la Mancha, che quanto a pensieri fantastici sa il fatto suo. Certo, dalla fondazione a opera dei colonizzatori è passato mezzo millennio: eppure, a dispetto di tante letture superficiali – spesso etichettate dal prefisso post, come si è detto – sembra che la storia si ostini a mostrare una certa continuità delle proprie strutture profonde. È infatti in questa stessa area sud-occidentale della Bolivia che l’economia digitale sta lasciando il segno di una nuova colonizzazione, basata non più sull’argento e sull’oro, stavolta, ma sul litio: il minerale necessario agli accumulatori che hanno migliorato le prestazioni delle batterie di smartphone, computer portatili e tablet.

Secondo alcune stime, il 43 per cento delle risorse di litio dell’intero mercato mondiale proviene proprio dalla zona di Potosí, e precisamente dal Salar de Uyuni, un enorme deserto di 10.000 kmq, sospeso a un’altitudine di 3650 metri sul livello del mare. Siamo nel pieno di quello che si definisce il Medio Oriente del litio: il triangolo che congiunge Salar de Atacama, Salar de Uyuni e Salar de Hombre Muerto, tagliando i confini di tre Paesi (Argentina, Cile e Bolivia) e che, aggiungendo i giacimenti minori di Olaroz, Rio Grande e Rincon, produce il 70 per cento del litio estratto annualmente nel mondo.

L’analogia con il Medio Oriente è a dire il vero impropria, però, perché se nel caso del petrolio ad arricchirsi sono i Paesi OPEC, nel mercato internazionale del litio i grandi produttori fanno viceversa la parte degli sfruttati. Visto che ci stiamo concentrando sulle modalità di generazione del valore, non è superfluo osservare come in questi bacini il litio non sia tecnicamente estratto ma prodotto per evaporazione, attraverso una procedura che è appunto propria più delle saline che delle miniere, di cui parleremo invece più avanti. Una lunga operazione che per certi versi non insiste direttamente sullo sfruttamento del lavoro umano, limitato ad alcuni momenti del ciclo di produzione, quanto su quello delle risorse naturali. Incontriamo così di nuovo, a una diversa latitudine, una distinzione proposta nel Capitale e già discussa in precedenza: quella tra il tempo di lavoro e il tempo complessivo di produzione. Se alcune attività d’impresa – che oggi definiremmo labour intensive – hanno bisogno di un’applicazione costante della forza lavoro, altre seguono tempi più rarefatti e racchiudono lunghi intervalli, come la fermentazione del vino nell’esempio di Marx, che non richiedono l’azione dell’uomo, eppure fanno parte dell’inter-ciclo di allocazione del capitale nella sfera di produzione90. Non è un caso che gli effetti più drastici della raccolta intensiva di litio siano a loro volta visibili sull’ambiente, per via dell’inquinamento dovuto allo smaltimento dei residui e alla decomposizione delle vasche di poliestere utilizzate per l’evaporazione. Mentre lo scollamento tra tempo di lavoro e tempo di produzione, a sua volta, agisce a tutto vantaggio del padronato, che ne trae profitto attraverso due strategie simultanee: l’estrazione di plus-valore dall’attività dei lavoratori, i cui salari restano prevedibilmente bassi, e la rendita legata al controllo della terra, garantita da concessioni di vario tipo.

In linea teorica, a dire il vero, le concessioni dovrebbero prevedere anche il pagamento di royalty alle comunità locali, come compensazione della ricchezza sottratta ai giacimenti naturali: per quanto più volte richiesto, anche da parte del presidente boliviano Evo Morales, questo tipo di pagamento è stato però accettato soltanto da un concessionario tra i novanta impegnati nella zona91 . Dopo il triangolo sudamericano, il principale produttore mondiale di litio è la Cina, che possiede tre grandi giacimenti. Il maggiore è il bacino Qaidan a Taijinaier, nella provincia del Qinghai, gestito quasi in esclusiva dal CITIC Gouan Group. Le altre due saline si trovano invece in Tibet, con tutte le complicazioni politiche che si possono immaginare: la più piccola è a Danxiongcuo, l’altra è il grande bacino del lago Zabuye, a 4400 metri sul livello del mare nella prefettura di Shigatse, su cui la Zabuye Lithium Trading, basata a Shenzhen, ha ottenuto i diritti di sfruttamento per vent’anni. Né l’enorme incremento dello sforzo di produzione né le importazioni dall’Australia, che è il terzo esportatore mondiale, sonotuttavia sufficienti a placare la fame di litio di un gigante industriale come la Cina.

Se consideriamo il momento della manifattura, infatti, la Cina assorbe ben il 41,3 per cento del litio utilizzato ogni anno per la produzione di device: un dato impressionante, tenuto conto che il secondo Paese al mondo per domanda, la Corea del Sud, ne richiede poco più del 12 per cento. La mappatura delle esportazioni di litio negli ultimi venticinque anni offre dunque una chiara visualizzazione della centralità crescente dell’industria cinese dell’hardware: e allo stesso tempo, ancora una volta, mostra come lo spazio dei flussi globali sia anche uno spazio di traffici materiali, di economie pesanti e scambi industriali93. La notizia del 2018, infine, è quella dello scacco matto al mercato mondiale, con l’acquisizione di ampie quote di una grande compagnia cilena (la Sociedad Química y Minera) da parte di una società cinese, la Tianqi Lithium, al prezzo di oltre quattro miliardi di dollari94. Di tutti i flussi che attraversano il mercato globale – immagini, memi, video, tweet e retweet – questo è certamente uno dei meno interessanti, lo posso ammettere, e dei più opachi: non di meno, rende l’idea di quell’infrastruttura sommersa senza la quale il sistema delle piattaforme digitali non avrebbe modo di esistere.

Se il litio è il petrolio della società dell’informazione, per i minerali estratti in Africa centrale (il coltan e il cobalto) il precedente storico a cui corre il pensiero è inevitabilmente quello del diamante, l’emblema stesso della ricchezza sottratta con la forza delle armi. Quanto al cobalto, utilizzato a sua volta per le batterie dei terminali elettronici, una quota enorme (tra il 60 e l’80 per cento della produzione mondiale annuale, a leggere i diversi rapporti) proviene dalle miniere del Congo. Il numero di addetti regolari varia a sua volta da una stima all’altra, ma è approssimabile alle centomila unità – tra cui circa quattromila bambini95 – mentre la paga è compresa di norma tra i due e i tre dollari al giorno, per un lavoro svolto in condizioni estreme e che spesso richiede l’uso delle mani nude per scavare la terra. Non troppo meglio se la passa chi estrae l’oro necessario, oltre che per la manifattura dei gioielli, per gli stessi componenti dei device digitali: in questo caso la paga è di circa 156 sterline per oncia, rispetto a un valore di mercato che è di 867 sterline per oncia.

Una differenza ulteriore tra l’estrazione del litio e quella di oro, cobalto e coltan è che, per ragioni geologiche, i giacimenti di questi ultimi non consentono sfruttamenti intensivi su larga scala e favoriscono quindi la proliferazione di aziende individuali informali – aperte al costo di una tassa provinciale di appena 25 dollari l’anno – che a loro volta impiegano lavoratori scarsamente qualificati e spesso improvvisati. Secondo alcune stime, il numero dei minatori artigianali nella Repubblica Democratica del Congo sarebbe compreso tra 500.000 e due milioni di unità: considerando che ognuno ha alle proprie dipendenze in media quattro o cinque scavatori, il totale degli addetti alle miniererisulterebbe compreso tra gli otto e i dieci milioni di persone, incredibilmente più del 15 per cento della popolazione nazionale98. Si tratta di un esercito di scavatori dilettanti, di solito disoccupati o ex minatori che hanno perso il lavoro, ma anche donne e bambini, che operano in assenza totale di sicurezza e dalla cui opera esattamente il 20 per cento del volume totale, secondo altre più dettagliate, anche se meno recenti.

I dati più precisi riguardano la provincia congolese del Katanga: la stessa che all’inizio degli anni Sessanta fu l’epicentro del conflitto seguito all’assassinio di Lumumba, per restare in materia di continuità del corso storico. Qui l’estrazione artigianale di cobalto sembra dia lavoro a un’enorme massa di persone, di cui la gran parte (la cifra varia tra 67.000 e 79.000) occupata a tempo pieno. Nelle stagioni più intense il numero viene però gonfiato dall’arrivo di un lumpenproletariat perfino più sgangherato e improvvisato, che porta intorno alle 100.000 unità (tra 90.000 e 108.000, in base alle stime) il totale della forza lavoro impegnata. Tra questi, alcuni sono assunti come lavoratori a giornata, seppure con una frequenza d’impiego superiore al limite fissato dalla legge, che è di ventitré giorni l’anno; altri, invece, operano in modo totalmente abusivo. Come è inevitabile in una situazione sfuggita a ogni controllo amministrativo e legale, anche il lavoro minorile fa la sua parte: a scendere nei cunicoli delle miniere sono anche bambini al di sotto dei 15 anni (stimati tra le 19.000 e le 30.000 unità) e ragazzi di età compresa tra i 15 e i 17 anni, nell’ordine delle diecimila unità. Un ultimo dato per completare il quadro: tra le tante conseguenze nefaste, l’effetto di una così brutale forma di sfruttamento è un tasso di mortalità spaventoso, che in alcune miniere tocca lo 0,5 per cento degli addetti, ovvero una persona su duecento .

Se in Congo il lavoro dei bambini è utilizzato in modo sistematico, nelle miniere del Ghana, a quanto risulta, a essere sfruttate sono invece principalmente le donne, per una paga di circa tre dollari al giorno: di fatto, nemmeno il 10 per cento del valore del materiale grezzo estratto. Come detto si tratta, e davvero fuor di metafora, di una discesa negli inferi del capitalismo globale: così che tra lavoro minorile, impiego coatto delle donne, rischi di mortalità e malattie di ogni tipo, è inevitabile fare ancora riferimento alle vecchie pagine di Engels, e al suo resoconto sullo stato del «proletariato minerario» del XIX secolo.

I fanciulli ed i giovani che sono occupati a trascinare il carbone ed il ferro, si lamentano in generale di stanchezza. […] Questa stanchezza. che sale quasi sempre fino al grado più doloroso, non manca di agire sulla costituzione. La conseguenza più prossima di una tale fatica esorbitante è che tutta la forza vitale viene usata per la formazione unilaterale dei muscoli, di modo che specie i muscoli delle braccia e delle gambe, della schiena, delle spalle e del petto, che vengono posti in moto […], raggiungono uno straordinario sviluppo, mentre tutto il resto del corpo soffre ed intristisce per la mancanza di nutrimento. Innanzi tutto, la statura rimane piccola e arretrata […]. La pubertà tanto presso i ragazzi che nelle ragazze è arrestata […]. Storpiamento delle gambe, incurvamento delle ginocchia, piegamento dei piedi all’infuori, storpiamento della spina dorsale ed altre desfigurazioni si trovano spesso in questi casi e nelle costituzioni indebolite, a causa della posizione quasi sempre forzata del corpo..

Quanto l’economia mineraria della network society replichi le peggiori forme di sfruttamento della storia moderna è confermato dalla sua stretta relazione con lo stato di guerra permanente dell’Africa centrale. Qui il rischio di sconfinare in argomenti al di fuori delle mie competenze è davvero alto, e quindi mi limiterò a prendere atto del ruolo attribuito dagli storici alla lotta per l’approvvigionamento del coltan nella Seconda Guerra del Congo; un ruolo riconosciuto, peraltro, anche nei documenti ufficiali dell’Onu. Il conflitto regionale, scoppiato alla fine degli anni Novanta e che nel suo periodo più intenso ha prodotto qualcosa come 70.000 morti al mese, è dovuto anche alla scarsità dei minerali richiesti dall’industria mondiale dell’hi-tech, la cui filiera si è intrecciata in vario modo all’azione di gruppi paramilitari locali, così come a quella degli eserciti ruandesi e ugandesi impegnati in Congo. Una complessa ricerca basata sulla geo-localizzazione dei dati, in particolare, ha mostrato una chiara correlazione spaziale tra la crescita dell’attività estrattiva e l’accendersi di conflitti nei distretti minerari, per tutto il periodo che va dal 1997 al 2008: se la presenza di una singola concessione crea un ambiente relativamente stabile, la proliferazione di più concessioni nella stessa area genera la «concorrenza armata» tra diversi imprenditori107, così che la richiesta crescente di coltan agisce, nemmeno troppo indirettamente, in favore dell’intensificazione del conflitto. Per limitarci a una delle tante descrizioni disponibili,

i civili che cercavano di resistere al furto delle risorse naturali […] erano soggetti ad attacco. […] Gruppi armati […] attaccavano e bruciavano villaggi per appropriarsi del coltan estratto artigianalmente dai residenti. […] Mercanti di coltan erano a loro volta vittime di omicidi, torture, maltrattamenti e detenzioni arbitrarie.

Come detto, le mie competenze non mi consentono di approfondire questioni di tale estensione geopolitica, e quindi non proseguirò oltre: salvo utilizzare il caso storico, ancora una volta, per porre interrogativi più ampi sulla natura del capitale globale. La coda mineraria della catena del valore, in particolare, ha portato allo scoperto una questione perennemente rimossa: il rapporto tra lavoro ufficiale e informale, tra stato di pace e stato di guerra, e quindi, in termini generali, tra economia legale e illegale.

Ora, si potrà obiettare che non è troppo corretto inserire questi aspetti estremi – il lavoro minorile, l’estrazione artigianale in miniera, le scorribande armate delle milizie – in un testo che si occupa delle regole ordinarie dell’accumulazione delle ricchezze; e può ben essere. Stesso discorso, a rigore, per gli effetti sociali e ambientali a cascata determinati dal lavoro abusivo nei Paesi minerari: per esempio, seguendo i rapporti delle Nazioni Unite, epidemie di malattie e infezioni, aumento di estorsione e usura, impoverimento dell’ambiente, crescita del mercato nero e della prostituzione, fino all’uccisione illegale di migliaia di elefanti e gorilla, necessaria a rifornire di carne gli accampamenti dei minatori. In ogni caso, credo sia opportuno chiedersi fino a che punto queste pratiche illegittime siano un’anomalia, e fino a che punto siano invece una parte costitutiva – degenere, eppure a suo modo funzionale – del grande sistema del capitalismo moderno. Quanto all’approvvigionamento del coltan per l’industria dell’hi-tech, le dimensioni del fenomeno danno un’indicazione a mio giudizio univoca: l’estrazione illegale gioca una parte troppo grande (l’85 per cento del totale in Sudan, il 90 per cento in Sierra Leone) per poter essere derubricata a eccezione alla regola.

Fonte: LINKIESTA

CONDIVIDI

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.