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In foto Emmanuel Macron

Quando le ragioni di contrasto che paralizzano un governo riguardano anche o soprattutto la politica estera, la gravità delle conseguenze di quella impasse aumenta in modo esponenziale. È quanto sta succedendo in Italia. Il governo pentaleghista è nato sull’onda di una forte polemica con l’Europa: dalle maggiori cancellerie considerate come nemiche alla cattiva euroburocrazia di Bruxelles, dai poteri forti annidati in Bce fino all’eurosistema e alla moneta unica stessa, mal tollerati quando non esplicitamente considerati di danno per cittadini e imprese. Ma su questa linea, pur con diverse sfumature, erano attestate entrambe le forze politiche di maggioranza. E la sostanziale convergenza di Di Maio e Salvini, unita al fatto che in qualche modo quelle europee paiono agli occhi dell’opinione pubblica come questioni “interne”, ha fatto sì che quasi non ci si accorgesse del grado di isolamento di cui stava soffrendo il Paese. 

Poi, paradossalmente quando sembrava un po’ sopito l’animo sovranista dell’esecutivo – vedi la testa piegata di fronte al diktat di Juncker e Moscovici sulla manovra bilancio – ecco il susseguirsi di motivi di contrasto tra 5stelle e Lega di forte valenza internazionale. Prima le incertezze sulla Tav, su cui ci stiamo giocando non soltanto il rapporto con la Francia – comunque compromesso dalle parole spese da Salvini su Macron, ma soprattutto dall’infausta idea di Di Maio di incontrarsi con i gilet gialli – ma con l’intera Ue. Poi l’eccesso di attenzioni, diciamo così, verso Putin, che ha condizionato la posizione del governo italiano su diversi dossier. Quindi l’incredibile divergenza di intenti mostrata di fronte alla crisi venezuelana, per cui alla simpatia leghista verso Guaidò si è contrapposta quella grillina per Maduro, con il solito Conte a cercare un’impossibile mediazione. Infine, le due vicende cinesi che tengono banco in queste ore: l’acquiescenza pentastellata verso la penetrazione di società cinesi – segnatamente Huawei e Zte – sul delicatissimo terreno delle telecomunicazioni, e in particolare della nuova frontiera del sistema 5G, e il caso “Via della Seta”, questione molto complessa e dalle mille implicazioni, diplomatiche, geopolitiche e di business, che è stata ridotta ad un banale braccio di ferro tra filo e anti cinesi.

Tutto questo ha sfregiato, più di quanto già non fosse, l’immagine dell’Italia nel contesto internazionale, ha eroso la sua più che residua credibilità e procurato ferite che non sarà né facile né veloce rimarginare. Occorre poi aggiungere il rallentamento economico, con la crisi di sfiducia di imprenditori e investitori di cui esso è causa e conseguenza allo stesso tempo, e l’aggravarsi dei problemi di finanza pubblica che apparirà in tutta la sua evidenza quando, tra poco, si tratterà di scrivere il DEF (cosa ci metteranno dentro, numeri di pura fantasia?). Non sarebbe certo la prima volta che il documento di programmazione economica e finanziaria sia un libro dei sogni, ma a furia di far così si vede dove siamo arrivati – e poi già a settembre sarà tempo di preparare la nuova manovra di bilancio. E questa volta sarà praticamente impossibile evitare di far scattare le cosiddette clausole di salvaguardia europee, cioè l’aumento dell’Iva, visto che i valori messi a bilancio ammontano a oltre 23 miliardi per il 2020 e a quasi 29 per il 2021. E stiamo parlando di cifre che servono per restare appena sotto il 3% di deficit sul pil, non per raggiungere il pareggio di bilancio, come invece dovrebbe essere. Senza contare che andando così l’economia, ci sono ben 12 punti decimali di stacco tra l’1% di crescita previsto dal governo e il -0,2% che la congiuntura recessiva ci consegna. Che manovra farà il governo pentaleghista, ammesso (e non concesso) che dopo il 26 maggio rimanga in piedi? E quale politica estera si può immaginare in un contesto in cui le antiche alleanze atlantiche vanno confermate sapendo che non sono più uguali a se stesse e che nel mondo globale a geometria tripolare Usa-Cina-Russia, l’unica vera alleanza indispensabile per noi è quella continentale?

Insomma, con buona pace di sondaggi poco seri e ancor meno credibili, è ormai del tutto chiaro alla parte più avveduta dell’opinione pubblica come la paralisi del governo gialloverde sia diventata il problema dei problemi,  aggravata dal fatto che entrambi i partiti di governo percepiscono il venir meno del consenso che gli aveva consentito di conquistare palazzo Chigi e oscillano tra il desiderio di mettere fine ad un’esperienza che li sta logorando e la voglia matta di perpetuare un potere che non gli capiterà mai più (Di Maio) o di lucrare il massimo sul piano politico-elettorale prima di accingersi a rinegoziare nuove alleanze (Salvini). Ma se la situazione è drammatica, di segno non meno rilevante deve essere la discontinuità da mettere in campo. I 5stelle non hanno né le idee, né la tempra, né la coesione interna necessaria per un serio cambio di indirizzo. E infatti, dal loro fronte vengono soltanto segnali di rigurgito, la suggestione di un ritorno alle origini, senza peraltro riflettere sul fatto che il “vaffa” non è compatibile con lo stare al governo del paese. Ma anche la Lega deve capire che sbagliare i tempi di uscita da questo cul de sac potrebbe rivelarsi letale, perché se lacrisi si aggrava – e con la paralisi del governo non può che aggravarsi, purtroppo – Salvini non avrà modo di scaricarla né sui suoi alleati di governo, cosa che oggi può ancora fare, né sulle responsabilità del passato, che ogni giorno di più si allontanano.

A Salvini le occasioni per “rompere” non sono mancate e non mancano. Ne ha sottomano una quasi tutti i giorni. Persino il rapporto con il Quirinale, che per molto tempo è stato il suo vero tallone d’Achille, è oggi decisamente migliorato, complice il suo moderarsi e i tanti motivi di arrabbiatura (verso Di Maio e i 5stelle nel loro complesso) e di delusione (verso Conte) di Mattarella. Deve solo decidere se essere protagonista di una svolta radicale, di cui l’Italia non può fare a meno, o subirla. Ci sembra che molti esponenti di primo piano della Lega – da Giorgetti a Zaia passando per Maroni – la scelta l’abbiano già maturata e non manchino, in privato come in pubblico, di farlo intendere al capo. Ma la sua leadership, almeno in questo momento, è troppo forte perché possa essere qualcun altro che non sia lui a prendere la decisione. Subito sarebbe meglio, immediatamente dopo il 26 maggio indispensabile.

Ma quella italiana non è l’unica svolta impellente e obbligatoria. Come ha dimostrato di aver capito Emmanuel Macron, prendendo carta e penna per rivolgersi direttamente agli oltre 500 milioni di cittadini europei, è anche e soprattutto l’Europa bisognosa di una rivoluzione. Lui l’ha definita un po’ aulicamente un “nuovo Rinascimento” e l’ha riempita, questa svolta, anche con una radicale revisione dei Trattati, tra cui la “revisione totale” di Schengen. “Mai, dalla Seconda Guerra Mondiale, l’Europa è stata così necessaria e tuttavia non è mai stata così in pericolo”, sostiene Macron. Sono parole che qualcuno dovrebbe usare sostituendo, o ancor meglio aggiungendo, Italia a Europa. Magari partendo dal presupposto che le due emergenze vanno trattate insieme, perché non si mette a posto l’Italia senza l’Europa, ma anche viceversa.

ENRICO CISNETTO

FONTE: TERZAREPUBBLICA.IT

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