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Sabato 23 marzo, alle ore 17:30

inaugurazione della mostra:

“I Veneziani negli anni ‘60”

Fotogra e di Andrea Grandese Curatore Mario Trevisan

Multimedial Laboratory Art Conservation Venezia, Fondamenta della Misericordia, 2588

L’esposizione resterà aperta dal 24 marzo al 14 aprile 2019, con il seguente orario:
sab. e dom. 11–20; mar. mer. gio. ven. 16 –20; lunedì chiuso

INGRESSO LIBERO

La mostra è stata resa possibile dal sostegno di: G. Benevento snc, Millevini Enoteca, Pellegrini SpA
e la collaborazione di; Giorgio Camuffo, Adriano Cincotto, Mario Gabbiato, Madile Gambier, Paolo Neidhardt e il catering di: i&s la Farm biologica di Sant’Erasmo, Trattoria Alle due gondolete e Ruggeri SpA.

Scheda tecnica della mostra

La mostra è a cura di Mario Trevisan, noto collezionista e studioso della fotogra a del Novecento.
La stampa delle foto su carta Fiber Silk Barrity e inchiostri a pigmenti è a cura di bianconero di Vittorio Pavan.
Il volume I veneziani negli anni ‘60, con la prefazione di Silvio Testa, è pubblicato da Gambier&Keller editori di Venezia, contiene la versione in lingua inglese dei testi e viene venduto in mostra al prezzo speciale di €20,–.

La mostra si divide in cinque sezioni:

1. Venezia città operosa (i mestieri). Il commercio minuto e necessario era gestito da uomini e donne pigramente dedicati al loro lavoro quotidiano, ineluttabile e sereno.

2. Venezia città antica (gli anziani). I vecchi, poveri o no, trovavano dovunque i loro spazi tranquilli in riva degli schiavoni o nei bar alla periferia del centro storico.

3. Venezia città chiassosa (i bambini). Nei favolosi anni sessanta i bambini giocavano nei campi e nuotavano nei canali, correndo rischi oggi impensabili, in splendida assenza di madri affaccendate a tenere in ordine la casa in af tto e di padri occupati nell’accumulazione di beni primari e non.

4. Venezia città viva (la gente). Ma dove sono niti tutti? Quando è cominciato l’esodo? E perché? Non lo so. So però che la vita di quelli che l’hanno costruita è tutta ancora nelle pietre, nelle strade, nelle opere che oggi tutti gli “altri” usano e che “noi” vorremmo salvare quale reperto storico irriproducibile. Per “noi” la città è sempre stata lì, immancabile, presente, nella quale era normale vivere, usabile senza paura, vissuta da tutti, perfetta, “nostra”.

5. Venezia città silente (i luoghi della quotidianità). Fotogra e in bianco e nero, dunque, scattate con una re ex Pentax da un ventenne curioso e solitario alla ricerca della vita. Oggi queste foto ci aiutano a comprendere “quanta acqua sia passata sotto i ponti” di questa città cresciuta sull’acqua e per la quale è sempre più necessario chiedere ad alta voce: salvemo almanco ‘e piere (salviamo almeno le pietre).

Si allegano i seguenti documenti: la locandina della mostra; l’invito alla vernice della mostra; 8 foto f.to 10×15; il ritratto fotogra co dell’autore.

Andrea Grandese, classe 1946, nasce a Rialto, risiede a Cannaregio, veneziano doc, madre di Burano e padre di Rialto, liceo classico, laurea in sociologia a Trento. Dopo molte e differenti esperienze lavorative e creative si trasforma in ne in editore, prima veneziano e poi internazionale, collaborando con le più importanti case editrici di libri illustrati e d’arte del mondo. Solitario, schivo, lontano dal potere in tutte le sue forme, tranne quelle che il suo pessimo carattere non riusciva a evitare, vive da sempre a Venezia, da cui è fuggito continuamente cercando di dimenticarne il progressivo degrado e in cui, nonostante tutto, è sempre ritornato.

Testi tratti dal volume I veneziani negli anni ‘60 edito da Gambier&Keller Editori ————–

Dal testo di Andrea Grandese

Io ci sono nato, in questa città. Sembra che oggi non sia così diffusa questa caratteristica. A Venezia, infatti, sono nate un certo numero di persone che non ci vivono più e ci vivono un certo numero di persone che non ci sono nate. Naturalmente è così in tutti i luoghi del mondo, ma forse in nessun’altro luogo si vive questo fatto come un impoverimento. Non solo il totale netto, la differenza fra dare e avere, è negativo, ma l’avere è anche provvisorio. …

Non possiamo non ammettere che, da secoli, “noi veneziani” stiamo vivendo di rendita sul patrimonio accumulato nel passato, che per fortuna o per furbizia o per caso siamo riusciti, per il momento, a non dilapidare. Un patrimonio talmente immenso e al di là della storia, che nemmeno la storia stessa è riuscito a distruggerlo.

Dalla prefazione di Silvio Testa

Negli anni ‘60 quella era ancora una Venezia per la quale Sebastiano Venier, comandante della otta veneziana a Lepanto, avrebbe ritenuto giusto combattere! Certo non era più la potente, orgogliosa Serenissima Repubblica — caduta all’incirca due secoli prima —, ma era pur sempre la città dei veneziani, all’incirca uguale a quella di prima, nella quale il nostro Sebastiano, mutatis mutandis, si sarebbe riconosciuto. Avrebbe capito, e avrebbe potuto viverci.

Dal risvolto di copertina di Annalisa Bruni

Venezia, anni ’60 del secolo scorso. Un ventenne gira per la città. Non è un turista. È un giovane veneziano solitario che percorre le calli, i campielli, la Piazza guardandosi attorno con occhi attenti e curiosi. Ogni tanto qualcosa, o per meglio dire, qualcuno, cattura la sua attenzione, allora si ferma e coglie quell’attimo in uno scatto. Quegli scatti appartengono a pieno titolo al lone della street photography, che in quegli anni vedeva protagonisti grandi maestri come Willy Ronis, Henry Cartier-Bresson, Robert Doisneau e, a Venezia, molti esponenti del Circolo la Gondola.


Sono attimi di vita quotidiana rubati, nessuno è in posa, le persone vengono colte senza che si accorgano di essere riprese, mentre lavorano, passeggiano, si divertono, leggono il giornale, sferruzzano al sole, si riposano su una panchina. Mentre vivono, insomma.

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