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Buoni a nulla, ma capaci di tutto”. È proprio il caso di evocare il famoso aforisma di Leo Longanesi per descrivere l’impasse politico che si è prodotto intorno alla Tav, giunto ad un millimetro dalla crisi irreversibile, laddovenon uno dei protagonisti della demenzial tenzone ha il minimo interesse a far cadere il governo. Eppure, Di Maio si è intestato le cervellotiche conclusioni dell’analisi costi-benefici organizzata dal ministro Toninelli, dopo aver per mesi detto ai quattro venti che quello delle Infrastrutture era il primo della lista dei ministri da cambiare non appena fosse stato praticabile un rimpasto. Lasciandosi così alle spalle ogni possibile spazio di mediazione. Certo, è evidente il motivo per cui l’ha fatto: dopo aver lasciato che Salvini sovvertisse l’ordine del rapporto “voti-peso politico” uscito dalle urne un anno fa e dopo aver incassato due sconfitte elettorali una più sonora dell’altra in Abruzzo e Sardegna, il leader (si fa per dire) dei 5stelle tenta disperatamente di rifarsi la verginità politica perduta agli occhi del movimento, assumendo sulla Tav una linea di totale intransigenza che purenon gli appartiene (lui che è geneticamente un doroteo). Ma così si consegna mani e piedi alla componente più populista dei 5stelle, che peraltro provvederà a disarcionarlo comunque, alla prima occasione. E se poi, il giovane Di Maio pensa che tra andare al voto subito, dopo aver fatto un’esibizione da duro e puro come quella inscenata sulla Tav, e aspettare le europee con davanti 80 giorni di logoramento, sia più conveniente per lui e per i 5stelle scegliere la prima strada, fa male i suoi calcoli. Per il semplice motivo che il no reiterato e irremovibile alla Torino-Lione soddisfa le attese della base, notoriamente ristretta, del movimento, ma non è certo in cima ai pensieri di quell’elettorato mobile che un anno fa ha scelto i grillini esclusivamente come forma di protesta contro la vecchia politica, e che se oggi è deluso è perché ha capito che con i “vaffa” non si governa e che se è arrivata (tornata) la recessione la colpa è del dilettantismo di chi con i “vaffa” ha conquistato palazzo Chigi. 

Ancor meno comprensibile è il comportamento del presidente Conte. Il quale se un ruolo ha nel governo è unicamente quello di mediatore da posizioni di equidistanza tra le due componenti della maggioranza, in questo agevolato dal fatto di non avere coerenze politiche sue personali di cui tenere conto, visto che non è portatore di alcun pensiero. Perché, dunque, dopo essersi detto “agnostico” sulla Torino-Lione, ha deciso di schiacciarsi sul fronte no-Tav come ha fatto nelle ultime ore concitate, costringendo Salvini a disconoscerlo? Mistero gaudioso. Anche perché l’avvocato è uomo ambizioso, che fin dal primo giorno si è mosso sia con l’intenzione di durare a lungo a palazzo Chigi sia con l’idea di guardare a un dopo, magari a qualche altro palazzo ancor più importante di quello dove ora abita. E dunque, cinismo per cinismo, perché scegliere Di Maio – consentendogli didire “quando su tre, due la pensano in un modo, io e Conte, poi non decide solo uno…” – quando è evidente anche ai bambini che tra i due vicepremier è il leader della Lega quello che ha davanti a sé le migliori prospettive politiche? Che difetti anche la furbizia? Altro mistero.

Ora però anche Salvini rischia sulla Tav. Il Nord è già in ebollizione per via della ignavia del governo di fronte alla recessione, anzi per la folle idea dipoterla fronteggiare con strumenti di puro assistenzialismo come il redditodi cittadinanza. L’elettorato della Lega – in egual misura quello vecchio e quello recente, e a maggior ragione quello potenziale – fatica a digerire l’alleanza con “gli scappati di casa” (è la definizione più usata da tutti gli esponenti leghisti, e anche la meno truce) e tanto meno accetta il suo prolungamento di fonte alla palese evidenza che il governo sia ormai entrato nella fase del tirare a campare in attesa delle elezioni europee. Ma di fronte alla scelta pentastellata di tradurre la propria ostilità alla Tav in atti tali da far decadere i tempi per i bandi di gara dei lavori e far perdere i finanziamenti europei, cade ogni residua remora: la Tav val bene una crisi digoverno. Questo Salvini lo ha capito, ed è il motivo per cui tiene duro. Ovviamente preferirebbe che la corda non si spezzasse, ma si deve rendere conto che dopo la scelta di Conte di schierarsi, gli spazi di mediazione sono finiti e il governo è entrato in un vicolo cieco, da quale o uno dei contendenti esce con le mani alzate in segno di resa, o ad arrendersi dovrà essere l’esecutivo stesso. E se per caso il segretario della Lega avesse qualche dubbio, farebbe bene a dare un’occhiata all’andamento dello spread – che ha chiuso la settimana a quota 243 punti, ancora lontano dai 113 di un anno fa ma ben un quarto di meno dei 327 punti toccati il 20 novembre scorso, in piena bagarre per la manovra di bilancio – e di conseguenza a farsi la seguente domanda: come mai più la situazione s’infiamma e la crisi si approssima, tanto più il differenziale tra i nostri Btp e i bund tedeschi si abbassa? Non sarà che i mercati finanziari, magari ascoltando i pareri delle cancellerie europee e delle principali istituzioni internazionali, si sono formati l’idea che sarebbe un bene per l’economia italiana, e di conseguenza per quella europea e mondiale, se si mettesse fine a questa esperienza digoverno sovran-populista e che questa fine si pronostichi molto prossima? Perché se così fosse, anche un allergico ai mercati come Salvini dovrebbe capire che aria tira e trarne le dovute conseguenze. Meglio una crisipiantando la bandierina su un simbolo delle politiche per la crescita (felice) come la Tav, che lasciar prevalere – anche sotto forma di attendismo o dipretestuosi negoziati con Parigi (la tanto vituperata Francia di Macron) e con Bruxelles (la tanto vituperata Ue di Juncker) – l’opzione negazionista e dunque a favore della decrescita (infelice).

Ma non ci sono solo le forze di governo messe alla prova dalla Tav. Anche le opposizioni sono chiamate a dar prova di intelligenza politica. E tra queste, prima di tutto il “nuovo” Pd di Zingaretti. Non è un caso che il neo segretario, uscito dalle primarie dotato di una forza insperata, abbia scelto come suo primo atto di incontrare Chiamparino e simbolicamente schierarsi a favore della grande opera ferroviaria. Ma ci vuole ben altro per incidere davvero. La nomina del presidente della Regione Lazio ha il merito dichiudere il capitolo Renzi, che lo stesso ex presidente del Consiglio, commettendo un errore esiziale, ha tenuto aperto con un comportamento ambiguo, sempre sul crinale tra il “lascio la politica” e il “sono sempre qui”, passando per il “forse mi faccio un partito tutto mio”. Ma è inutile nasconderci che, per i toni sempre “politicamente corretti” dei suoi discorsi e per le aspettative che la sua candidatura alla guida del Pd ha suscitato nella sinistra vetero, dentro e fuori il Pd, Zingaretti fa temere al mondo riformista – tradito da Renzi ma pur sempre dopo aver aderito con entusiasmo alla sua ricetta di una sinistra post ideologica – un ritorno al massimalismo d’antan. E che in questa curvatura antropologica si possa nascondere, prima o poi se le circostanze lo dovessero consentire, un cedimento all’alleanza con i 5stelle, circostanza che pure Zingaretti nega ma che trova adepti tra diversi suoi sostenitori, bersanianamente convinti che se il Pd avesse a suo tempo scelto Grillo non ci sarebbe stata la spaccatura del partito e non sarebbe nato il governo gialloverde. Dunque il neo eletto segretario avrà da faticare se intende recuperare centralità politica e con essa riconquistare l’elettorato che aveva consentito a Renzi di arrivare al 40% alle scorse elezioni europee. Altrimenti la sua linea rischia di ridursi al vecchio schema “nessuno alla mia sinistra” e alla riproposizione del già fallito bipolarismo, con l’unica variante che la coalizione di centro-sinistra invece che essere tenuta insieme dal mastice dell’anti-berlusconismo questa volta si affiderebbe all’anti-salvinismo.

Intanto l’Italia, dice l’Ocse, ha davanti a sé un intero anno di recessione, visto che il 2019, l’anno doveva essere “bellissimo”, chiuderà con una decrescita del pil (-0,2%) di dodici punti decimali lontano da quanto previsto dal governo (+1%). Ma a chi importa?

ENRICO CISNETTO

FONTE: terzarepubblica.it

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