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«L’Italia fisserà con la Cina — attraverso un memorandum che, preciso subito, non ha la natura di accordo internazionale e non crea vincoli giuridici — una cornice di obiettivi, principi e modalità di collaborazione nell’ambito dell’iniziativa Belt and Road, un importante progetto di connettività euroasiatica cui il nostro Paese guarda con lo stesso interesse che nutriamo per altre iniziative di connettività tra i due continenti. Il testo, che abbiamo negoziato per molti mesi con la Cina, imposta la collaborazione in modo equilibrato e mutualmente vantaggioso, in pieno raccordo con l’Agenda 2030, l’Agenda 2020 di cooperazione Ue-Cina e la Strategia Ue per la connettività euroasiatica. Abbiamo preteso un pieno raccordo con le norme e le politiche Ue, più stringente rispetto ad accordi analoghi firmati da altri partner Ue con Pechino. Abbiamo inserito chiari riferimenti ai principi di sostenibilità economica, sociale, ambientale, di reciprocità, trasparenza e apertura cari all’Italia e all’Europa».

Sono parole di Giuseppe Conte.

Condivisibili.

Che fugano ogni dubbio circa il posizionamento dell’Italia.

Che devono, o perlomeno dovrebbero, rassicurare gli Stati Uniti.

Che non dovrebbero irritare i cugini francesi e tedeschi, in quanto loro stessi in passato hanno stretto rapporti con la Cina, senza che nessun paese europeo alzasse il sopracciglio.

La via della seta, nome che omaggia un illustre italiano, porterà indubbi benefici all’Italia e all’Europa.

Muoviamo solo un appunto.

Lo muoviamo a quella parte di governo che si è sbilanciato, forse troppo presto (e questo ha fatto preoccupare Trump) in favore della Cina.

I cinesi mediante la via della seta intendono allacciare rapporti più stretti con l’Europa intera, avere punti di approdo, strade più veloci che possano giungere al cuore del vecchio continente.

E per ottenere questo obiettivo devono necessariamente passare, fisicamente e “commercialmente”, per il nostro paese.

Tutto ciò, come già detto, determinerà condizioni favorevoli all’Italia e agli italiani.

Ma ai cinesi non interessa particolarmente il mercato italiano, o per meglio dire non è nelle loro priorità la penetrazione nel mercato italiano.

Quindi a nostro avviso, una volta che si sottoscriveranno gli accordi, che verranno potenziati porti, aeroporti, interporti, l’Italia dovrà necessariamente mettere mano a quelle grandi opere relative alle vie di comunicazione.

E dovrà, il nostro paese dovrà, mettere mano seriamente al dossier TAV.

Che non sarà più chiamato Torino Lione.

In quel momento il TAV verrà chiamato con il suo vero nome, Lisbona Kiev. O con l’antico “corridoio 5”.

Saranno i cinesi a chiederlo.

E non ci saranno analisi costi benefici che tengano.

La speranza è che alla guida del ministero delle infrastrutture vi sia un ministro competente.

E se vogliamo allargare lo sguardo, pure un governo in grado di cogliere l’importanza di un opera così epocale.

E con opera epocale ci si riferisce alla via della seta, non certo al TAV, che avremmo già dovuto far partire e realizzare, senza polemiche di sorta.

Ma ad oggi il catalogo è questo, madamina!

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