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Si resta sempre un po’ basiti nel verificare che poco di quanto promesso è stato mantenuto.

Constatando che, il governo del cambiamento, non ha cambiato poi molto nella spesa ministeriale.

Consulenti e collaboratori dell’esecutivo Conte costano qualcosa come 7 milioni di euro, contro gli 8 milioni del governo Gentiloni.

Un milione in meno si dirà.

No! Perché all’appello manca ancora l’intero staff del ministro Toninelli, grande sostenitore della trasparenza, che a nove mesi dall’insediamento non ha ancora fornito, ed è l’unico, un elenco di consulenti e collaboratori con relativi emolumenti.

E poi ci sono ministeri con collaboratori che navigano in zone grigie, professionisti il cui compenso verrà individuato più avanti nel tempo everrà determinato con apposito atto amministrativo che ad oggi che comunque ad oggi non è arrivato o mai è stato pubblicato. Come dire: se il palazzo è di vetro, questo vetro è piuttosto opaco.

Non ci è dato a sapere come questi collaboratori dei ministri vengono scelti, nè sappiamo se il loro curriculum è adatto al livello di competenza che viene richiesto, ma sappiamo che vi sono ministeri in cui la voce predominante è “comunicazione” a scapito degli altri settori che, tradizionalmente sono più utili a far funzionare un ente complesso come un ministero.

Ma la colpa è sicuramente nostra, che non abbiamo colto sino in fondo la portata del cambiamento.

Cambiamento portato avanti in primo luogo dai due vicepremier. E proprio su questi abbiamo concentrato le nostre attenzioni

Al Viminale hanno il loro ufficio operativo Luca Morisi e Andrea Paganella imprenditori convertitesi a di funzionari pubblici.

Morisi è consigliere strategico per la comunicazione mentre Paganella è capo della segreteria e della segreteria particolare del ministro. Sappiamo di loro che negli Anni 90 furono eletti consiglieri provinciali a Mantova. Ma il  loro vero ambito è il cyberspazio. Infatti sono titolari della Sistemaintranet, società informatica molto attiva in Lombardia, dove per destino e per fortuna incrociano la strada di Mauro Borelli, direttore della Azienda sociosanitaria territoriale. Da quel momento il fatturato della Sistemaintranet ha un notevole incremento. In questa società c’è un giovane stagista, Leonardo Foa, figlio del Presidente Rai, Marcello. Ora Leonardo non è più stagista e lavora al Viminale.

Ma quello che più interessa è il costo dell’ufficio stampa del Viminale. 256euro, quasi il doppio di quanto spendeva all’epoca di Marco Minniti.

Vero è che ci sono meno dipendenti, ma meglio retribuiti. Il dicastero ci costa quai 680mila euro, contro i 405 di quanto costava con ministro Minniti. Le donne e gli uomini dello staff non sembrano avere incarichi particolari se non collaborazioni, Come Claudio D’Amico, consigliere per le attività strategiche internazionali, considerato la mente dell’avvicinamento di Salvini al partito di Putin «Russia Unita» nel 2014. Questi, insieme al presidente dell’associazione Lombardia Russia, Gianluca Savoini, ha fondato la Orion, una società di Mosca che si occupa di consulenza alle imprese, sempre sul libro paga del Viminale si trovano anche Alessandro AmarodiLorenzo BernasconiSusanna CeccardiIva Garibaldi Paolo Visca. Non è dato sapere, per ora, quale sia il loro compenso.

12 sono i collaboratori del ministro per lo sviluppo economico Luigi Di Maio, fra cui Sergio Bramini diventato famoso come «l’imprenditore fallito nonostante 4 milioni di euro mai pagati dallo Stato e sgomberato da casa». Con il governo giallo-verde l’imprenditore brianzolo attivo nel settore dei rifiuti e nella costruzione di discariche è stato nominato «esperto per il supporto alla segreteria del ministro per questioni di deburocratizzazione della Pubblica amministrazione e supporto normativo con attenzione a piccole e medie imprese». C’è un dossier che racconta una storia diversa da quella della narrazione che ne hanno fatto i partiti al Governo, ma sia come sia, Bramini oggi percepisce 46.800 euro l’anno.

Per un ruolo delicato, come quello di dirigere l’ufficio legislativo del Ministero, Di Maio ha scelto e convocato l’amico e compagno di Università Enrico Esposito, uomo che in pochi conoscevano ma che comunque recentemente si è distinto per i tweet omofobi e sessisti che compiano sul suo profilo.

Alcuni esempi: «Vladimir Luxuria? Dovrebbe stare in galera». Micaela Biancofiore? «Una mignotta in quota rosa». E poi affermazioni di dubbio gusto sull’omosessualità di Dolce e Gabbana, sulla moralità della showgirl Melissa Satta e, come ciliegine sulla torta, alcune tecniche per distinguere i veri uomini dai « ricchioni».

Neanche un plissè, cantava Enzo Jannacci nella sua Banda dell’ortica e neanche un plissè al ministero, anzi! Entrato come vicecapo dell’ufficio legislativo, Esposito guadagnava 65.000 euro l’anno. Da qualche giorno è stato promosso a capo dello stesso ufficio.

Giorgio Girgil Sorial, ex parlamentare grillino, è ritornato comunque a frequentare i palazzi romani come vicecapo di gabinetto di Dimaio. Medaglie al petto: nel 2014 ha accusato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di essere «un boia che ha messo una tagliola (forse voleva dire una taglia?) sulle opposizioni», e a Montecitorio ha attaccato ferocemente le non meglio identificate alle lobby e l’identificatissimoe odiato Pd, celebre a tal riguardo il suo grido «Porcellini del porcellum che votate lo schifo della legge di stabilità: raccontate fregnacce».  Sarà colui curerà per il Mise tutte le crisi aziendali del Paese. Compenso: 110.000 euro.

A proposito di Mise. Quello di Di Maio costa qualcosa di più di quello di Calenda: 485.000 euro contro 445.000. stesso dicasi per il dicastero del Lavoro: 311.000 euro contro i 147.000 dell’ex ministro Poletti. Inoltre Di Maio può spende 510 mila euro per i cinque collaboratori che lo aiutano come vicepremier, per un totale riferibile alla sua persona di 1,3 milioni di euro.

Con questi dati e queste cifre non vogliamo fare certi i moralizzatori.

Se vi sono eccellenze nel paese è giusto retribuirle nel modo dovuto. Se poi riescono a mettere ordine nei conti e a far ripartire il paese, questi sono tutti soldi ben spesi.

Ma non erano quelli che ora spendono così tanto che in passato gridavano alle spese pazze dei Ministeri?

Non erano sempre gli stessi che pretendevano trasparenza e competenza?

Se applicassimo gli stessi parametri da loro evocati che somme dovremmo trarre da tutto ciò?

La speranza che ci è rimasta è che le misure adottate dai ministri e suggerite dai loro collaboratori siano quelle giuste.

Ma, proprio su questo, nutriamo più di un dubbio.

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