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Professor Parisi, lei è l’inventore delle primarie. Tante volte si è detto da più parti che fosse uno strumento inservibile e invece…

Inventore? La ringrazio. Ma mi consenta di sorridere. Diciamo meglio, pensando alla stagione del mio impegno politico in prima fila, il più consapevole e impaziente assertore della necessità di introdurle in Italia. Alla fine degli anni Ottanta, quando ero soltanto uno studioso, definitivamente allarmato dallo scollamento tra cittadini e istituzioni e della sfasatura tra il sistema partitico e gli elettori, mi feci un giro di due anni in America, e da allora non ho mollato l’osso. Ma senza il sostegno di Prodi chissà quanti decenni avremmo atteso ancora…

Il metodo ancora una volta sembra dimostrare che il popolo è più avanti dei gruppi dirigenti. Dopo un anno dalla sconfitta elettorale e tante polemiche, le primarie hanno sciolto in modo netto il nodo della leadership del Pd. È così?

È così. Ha riempito un vuoto e messo fine ad un lutto e a uno stallo che durava da troppo. Come implorai in giugno Martina, pensando al calendario che ci attende, le primarie dovevamo farle prima. Ai nostri elettori, e perfino agli altri, la nostra opposizione in Parlamento non bastava più. Senza la prospettiva di una alternativa la democrazia si blocca. Comunque sia. Da ieri non siamo più in ginocchio ma di nuovo pronti a rimetterci in cammino.

Con Zingaretti si risente parlare di coalizione. Ma la coalizione si dà con il maggioritario mentre col proporzionale ognuno va per conto suo e poi si vede in parlamento. Ci spiega la questione?

Dopo undici anni ritorniamo laddove ci lasciammo quando Veltroni si illuse di trasformare in un colpo solo quello che in linguaggio “ulivista” io chiamavo “bipolarismo a vocazione bipartitica” in un “bipartitismo” camuffato dall’alleanza con Di Pietro. Con in mezzo il tentativo di Renzi di forzare il blocco purtroppo sonoramente bocciato due anni fa. E ancor peggio con lo sbandamento che da questo seguì. Fino al boato finale col quale il Pd salutò alla Camera il “suo” Rosatellum, come se avessimo vinto il campionato del mondo.

E quindi?

Cosa ci resta se non provare a rimettere in piedi una coalizione? Anche se questa volta senza più il sostegno e la costrizione della regola maggioritaria, ma con la sola arma della tessitura politica. Subito. Ricominciando da dove cominciammo venticinque anni fa. Chiedendoci “quale Italia dentro quale Europa vogliamo”.

Ma in questo quadro concettuale è fondata secondo lei la paura di un ritorno alla Ditta?

Basta capirsi su cosa è “Ditta”. Se Ditta è la pretesa della continuazione del comando di un gruppo dirigente antico, o la dorsale politica e organizzativa attorno alla quale è organizzata “la Cosa”, parlare di ritorno è una illusione, o una paura infondata. Se invece è anche solo un insieme di abitudini, di simboli, di parole evocative, o un “non so che” che fa sentire alcuni a casa ed altri estranei è un altro paio di maniche. “Quelli di via Mazzini” – dico per dire – sono restati e resteranno ancora a lungo nell’ultimo paese “quelli di via Mazzini”. Conviene riconoscerlo. È una risorsa ma anche un limite. Un motivo in più per dire che se vogliamo competere per il governo facendo leva su questa risorsa non ci resta che tornare a ragionare con pazienza di coalizione.

Quindi si va verso la distinzione fra la figura del segretario e quella del candidato premier. La sua opinione?

A questo punto è inevitabile. Solo un partito che si pensa autosufficiente o che riesce a costringere i suoi alleati ad accettare una posizione stabilmente subalterna, può pretendere che il sui leader sia automaticamente riconosciuto come il candidato premier della coalizione.

Professore, con l’avvento di Zingaretti c’è una rottura con Renzi o con il renzismo?

Diciamo, di certo una cesura che mi auguro apra finalmente una pausa di riflessione. Per tutti. Non sui nomi o sul tipo di personalità di questo o quello. Ma sulle troppe parole dette senza crederci a sufficienza o senza assicurarsi che fossero realmente condivise. Penso alla scelta per il maggioritario e, vista l’occasione di questa chiacchierata, alle primarie. Altrimenti siamo destinati a parlarne bene se ci hanno aiutato a vincere, o all’opposto lasciare che i detrattori ne parlino male in libertà. Come capita spesso per la democrazia.

Fonte: DEMOCRATICA.IT

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