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Un tentativo del premier, Giuseppe Conte, con il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi. E l’ostinazione della famiglia che, con i suoi legali, ha chiesto ufficialmente di proseguire con gli accertamenti giudiziari sulla base di nuovi elementi emersi dalle loro indagini difensive. La verità sul sequestro, la tortura e la morte di Giulio Regeni è ancora lontana. Troppo. Ma dopo l’iscrizione nel registro degli indagati della procura di Roma di cinque agenti del servizio segreto egiziano c’è il rischio che anche la ricerca di quella verità sulle torture e sull’omicidio del ricercatore italiano possa fermarsi. La mancata collaborazione del Cairo, i continui depistaggi, hanno spinto l’inchiesta in un vicolo cieco, tanto da far ipotizzare anche una chiusura dell’indagine. «Al Sisi è il solo che può dare mandato a risolvere una volte per tutte le questione» aveva detto in un’intervista a Repubblica, il presidente della Camera, Roberto Fico. Lo sa anche la procura di Roma che, dopo mesi di stallo, aspetta una sponda dai colleghi egiziani. Sponda che ieri ha cercato il premier Conte che ha parlato di una «ferita ancora aperta che non si chiuderà fin quando il caso non si risolverà». E che ha caldeggiato un nuovo viaggio in Italia del procuratore generale egiziano Nabil Ahmed Sadek, con cui i rapporti si sono interrotti dopo che gli agenti della National security sono finiti ufficialmente nell’inchiesta italiana. A Sadek si era rivolto nei giorni scorsi il padre di Giulio, Claudio Regeni, «da uomo a uomo». «Rispetti le promesse che ci ha fatto, vediamoci a Roma e ci riporti i vestiti di Giulio e tutti i suoi effetti personali» aveva detto. Una richiesta che il legale della famiglia Regeni, ha ufficializzato nei giorni scorsi presentando una memoria al procuratore Giuseppe Pignatone e al sostituto, Sergio Colaiocco che conduce le indagini. «Nei primi giorni di dicembre 2018 – scrive l’avvocato Alessandra Ballerini- a seguito di un infruttuoso incontro avvenuto al Cairo tra il dottor Colaiocco e il procuratore capo Sadek, la Procura di Roma provvedeva ad iscrivere nel registro degli indagati cinque persone. A tale iscrizione non seguiva alcuna reazione da parte della procura egiziana né tantomeno alcun nuovo impulso alle indagini». Vista la «situazione di stallo», i legali dei Regeni, a Roma e al Cairo, hanno deciso «pur con i rischi che questa attività comporta – scrivono – di intensificare la loro attività di indagini difensive». Hanno così assunto informazioni da «amici e parenti di Giulio». «Recuperato scritti di Giulio risalenti al periodo dell’ultimo suo soggiorno al Cairo anche in lingua araba, richiesto lo scambio di chat e mail o la ricostruzione del contenuto delle conversazioni tra Giulio Regeni e gli amici e colleghi, recuperato lo scambio di corrispondenza, o ricostruito il contenuto di conversazioni tra Giulio e una serie di persone». Inoltre hanno «chiesto tramite gli avvocati al Cairo una copia ufficiale del fascicolo n. 643/2016, visto che era stato consegnato incompleto», oltre a foto e altre informazioni. Da qui la decisione di chiedere alla procura di Roma ulteriori indagini per interrogare nuove persone, anche chi fin qui non era mai stato ascoltato: amici, colleghi di studio, anche a Cambridge. E’ stata inoltre avanzata la richiesta alla procura generale del Cairo di effettuare nuovi atti: procedere con l’interrogatorio di civili e militari i cui nomi sono emersi nelle nuove indagini difensive. D’altronde che il clima sia di scarsissima collaborazione è provato anche da un’altra circostanza, anch’essa messa nero su bianco in Italia: l’11 gennaio scorso l’avvocato dei Regeni ha depositato una denuncia alla Polizia raccontando come «il nostro consulente a Il Cario, Mohamed Lotfy, (presidente dell’Ecrf)» avesse ricevuto «una telefonata dall’ufficio della National Security di Nasr City. L’interlocutore, al telefono, inizialmente rappresentava che l’oggetto della conversazione sarebbe stata la situazione di Amal Fathy, moglie di Lotfy, attualmente ai domiciliari sotto la sorveglianza della National Security di Giza». Ma era una bugia. L’ufficio di Nasr City è lo stesso che aveva indagato su Giulio. Lo stesso al quale appartengono alcuni degli indagati per il suo sequestro. «Al medesimo ufficio – scrive infatti l’avvocato Ballerini – appartiene anche il maggiore Sharif, responsabile delle accuse che hanno portato all’arresto dell’altro mio consulente del Ecr, Ahmed Abdallah. E infatti l’interlocutore invitava il signor Lotfy a recarsi negli uffici per riferire sulle indagini che lo stesso Lotfy sta seguendo e che risultano di competenza di tale uffici». L’omicidio di Giulio. Lotfy si è rifiutato, «ma le pressioni sulle indagini e sulle nostre strategie difensive costituiscono una gravissima interferenza e violazione del nostro diritto alla difesa».

Giulio Foschini

FONTE: la repubblica

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