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In attesa che arrivino le nuove pagelle delle agenzie di rating sul debito italiano, con il rischio che Fitch e Standard and Poor’s procedano al downgrade avendo già emesso un outlook negativo, si moltiplicano i segnali negativi sul fronte della congiuntura economica, ultimo quello sulla produzione industriale mai così male da 10 anni, che consolida la probabilità che la recessione passi da “tecnica”, cioè relativa a un solo semestre (il secondo del 2018), a “strutturale”, confermandosi così per tutto il 2019. Con la inevitabile conseguenza che sballino i già precari conti pubblici, di cui in aprile si dovrà cominciare a dare conto con il nuovo documento programmatico (Def), e che Ue e mercati ci mettano ancora una volta nel mirino. Il tutto mentre altri – vedi il patto franco-tedesco di Aquisgrana – si stanno organizzando e alleando per affrontare questa nuova fase della globalizzazione economica, lasciandoci fuori dai giochi.

Dovrebbe essercene abbastanza perché scatti ogni genere di allarme e che le vene ai polsi del governo comincino a tremare. Invece, la politica si occupa di tutt’altro, avviluppata com’è in meccanismi che, alla faccia dello sbandierato “cambiamento”, somigliano alle peggiori pratiche di sempre, salvo essere decisamente peggiorato il valore dei protagonisti e quindi diventare farsa ciò che una volta si poteva di buon grado definire commedia dell’arte. Nessuna consapevolezza della situazione e dei rischi che corriamo, ma impegno a tempo pieno nella campagna elettorale (ormai permanente) e nelle guerre interne, nel governo, tra i partiti e dentro di essi. Il tema è sempre lo stesso, la tenuta del patto Salvini-Di Maio e quindi del governo, e la tecnica è quella, antica, del rinvio delle questioni dividenti (praticamente tutte). Unica concessione alla dura realtà dell’economia in crisi è il dibattito (si fa per dire) su un’eventuale manovra correttiva, con irrisione di chi ne paventa la necessità e totale noncuranza verso coloro – per esempio Romano Prodi – che reclamano non qualche aggiustamento ma una politica economica e industriale tutta nuova, e quindi un radicale cambio di passo.

In questo rumoroso silenzio, nel quale spicca l’assoluta afonia dell’opposizione politico-parlamentare, stanno facendo sentire la loro voce le parti sociali. I primi a manifestare la loro preoccupazione sono stati gli imprenditori. Non la presidenza nazionale di Confindustria, che brilla per pochezza e che si è mossa solo a rimorchio delle maggiori entità che la compongono come le associazioni territoriali e di categoria, ma molte personalità – per esempio Marco Tronchetti Provera – e diversi soggetti rappresentativi di interessi rilevanti che formano il tessuto economico eproduttivo del paese. Come i Cavalieri del Lavoro, che per bocca del loro presidente Antonio D’Amato denunciano “l’assenza di una politica a sostegno della crescita” enon esitano a definire “compromessa” la credibilità dell’Italia, cosa che tra l’altro “mina la capacità competitiva” del sistema-paese. Nel mirino degli industriali, ma anche delle altre categorie imprenditoriali e dei professionisti, ci sono un po’ tutte le cose fatte dal governo (decreto dignità, reddito di cittadinanza, quota 100, tagli a industria 4.0), quelle non fatte (investimenti, infrastrutture a cominciare da Tav etrivelle) e quelle che s’intendono fare (acqua pubblica). Ma a casa hanno portato soltanto un caffè al Viminale offerto da Salvini, la comprensione di Giorgetti e qualche inutile pacca sulle spalle da parte di Di Maio. Per questo la contrapposizione è sfociata in diversi momenti di protesta, anche piuttosto inusuali per chi è sempre stato abituato a dirsi “governativo per definizione”.

Meno inusuale ma forse politicamente ancor più significativa è stata la protesta dei sindacati. Pesava sui loro gruppi dirigenti l’incertezza su come giudicare le forze populiste uscite vittoriose dal voto del 4 marzo (anche grazie al voto di tanti lavoratorisindacalizzati) e poi andate al governo: bisognava considerarle amiche perché figlie della stessa cultura rivendicativa e in gran misura massimalista, oppure nemiche perché in fondo “destrorse” e perché comunque prive di una cultura dello sviluppo? Dopo una lunga fase di silenzio, coincisa anche con la battaglia congressuale della Cgil che doveva scegliere se il successore di Camusso dovesse essere l’estremista Landini o il riformista Colla poi risolta a favore del primo ma con un compromesso sulla linea politica, alla fine con la manifestazione unitaria e molto partecipata del 9 febbraio è prevalsa una linea di opposizione alle scelte del governo. Cosa che, per fortuna, ha impedito la saldatura tra il populismo sindacale e quello politico (che pure in qualche misura è figlio del primo, come sostiene Bentivogli, il più autenticamente riformista dei sindacalisti nostrani). E non è roba da poco, considerato che il linguaggio di Landini ha nutrito molte fobie ideologiche dei 5stelle e che l’ex Fiom avrebbe potuto tranquillamente essere il referente della componente grillina più radicale.

Insomma, ultimamente e a partire dalla recente manifestazione sindacale, si è andato formando un fronte delle parti sociali, un complesso di forze economiche e sociali che a questo punto potrebbe assumere la leadership dell’opposizione alla deriva sovran-populista assunta dalla politica, riempendo il vuoto lasciato dai partiti che in Parlamento si oppongono (senza nerbo e senza linea) al governo e alla maggioranza pentaleghista. Usiamo il condizionale perché la cosa è ancora allo stato embrionale, esono molte le questioni su cui lo stesso fronte potrebbe trovarsi diviso. Inoltre, sia per le confederazioni dei lavoratori che per le associazioni dei datori di lavoro, questo è un compito nuovo, che richiede consapevolezza e maturità. Non si tratta, infatti, di surrogare la politica, ma di mettere in moto dei processi che le consentano di generare nuovi soggetti e nuove figure portatori di idee e competenze all’altezza della sfida che il Paese ha di fronte. L’amico Giuliano Cazzola la descrive, con grande efficacia, così: “sollevare dal fango le bandiere lasciate cadere dai sovranisti e populisti, recuperando, da sotto le macerie, la dignità necessaria ad un popolo civile”.

La prova di maturità starà sia nell’evitare la tentazione di presentare la lista della spesa (pubblica) al governo, inducendolo a fare ulteriore deficit corrente, sia pure motivato da richieste comprensibili in tema di rivalutazione dei salari, delle pensioni dei lavoratori, di sgravi e sovvenzioni lato imprese e sia nella capacità di recuperare la dimensione micro-economica della crescita, rilanciando il “patto della fabbrica” sottoscritto un anno fa da Confindustria e sindacati. Accordo che, come ricorda Giuseppe Bianchi di Isril, proprio a questo mirava, attraverso un riassetto del sistema contrattuale che assicurasse più spazio alla contrattazione decentrata in materia di regolazione dei salari e di maggiore partecipazione dei lavoratori alle nuove organizzazioni del lavoro, e attraverso un nuovo modello di relazioni industriali capace di riattivare, a livello di settore e di azienda, la dinamica del rapporto salari-produttività, sostenuta da formazione, ricerca ed innovazione. Fin qui il “patto” è rimasto sulla carta. Ora, avere la lungimiranza di rilanciarlo, consentirebbe alle parti sociali non solo di risolvere senza l’aiuto dello Stato molte questioni che sono nella loro piena disponibilità negoziale, ma anche di rafforzare il ruolo di interlocutore-oppositore nei confronti del governo proprio nel momento in cui se ne contestano le scelte e la filosofia. Fino al punto di arrivare ad una piattaforma comune di politica economica, partendo dal doppio discrimine della collocazione europea della nostra economia (e quindi anche del Paese nel suo insieme) e della opzione a favore dello sviluppo contro la deriva della decrescita (in)felice.

Sappiamo che stiamo chiedendo tanto a forze che in questi anni si sono rattrappite ehanno perso il senso del loro ruolo nella società. Ma la posta in palio è troppo alta per non urlare alle coscienze di scuotersi.

Enrico Cisnetto 

Fonte TERZAREPUBBLICA

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