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«Vincerà comunque Salvini. Se sarà processato diventerà un martire. Se non sarà processato la sua azione politica verrà presa a modello. Io l’ho detto ai miei: c’ha fregato. A questo punto dobbiamo sperare che si torni a parlare di altro. Di lavoro, disuguaglianze…».

Palazzo Madama, ore quattordici e trenta. In aula si vota il decreto semplificazione che ha prodotto uno scontro con la presidenza del Senato. Fuori, nel Salone Garibaldi, il Transatlantico del Senato, un viceministro di peso di rito grillino si confida con Linkiesta scolpendo un ragionamento che suona così: «Salvini c’ha fregato: comunque vada vincerà lui». In sintesi, le truppe di Luigi Di Maio starebbero per perdere questa mano di poker e starebbero per tirare i remi in barca.

La lettera indirizzata al Corriere della Sera nella quale il vicepremier Salvini mette a verbale che si è mosso nell’interesse pubblico ed è per questo che «va negata l’autorizzazione a procedere», lascia le ferite nel mondo grillino, spiazza un gruppo parlamentare in larga parte giustizialista e già pronto a processare l’alleato/avversario. Le facce dei leghisti che pascolano nei corridoi del Senato dicono tutto sul clima che si respira in casa Carroccio. Non festeggiano, ma sorridono.

«Ritengo che Conte debba scrivere una documentazione, un atto formale, al Tribunale dei ministri e alla Giunta per le Autorizzazioni in sui si dice che quella scelta giusta o meno che fosse, è stato un atto condiviso di governo. Processare Salvini non è giusto»

Alessandro Di Battista

I cinquestelle, invece, preferiscono tenere le bocche cucite. I membri della Giunta per l’Immunità sono spaesati, non sanno come comportarsi, cosa rispondere alla stampa. Aspettano un ordine di scuderia che di fatto inizia definirsi solo quando a sera Alessandro Di Battista, il “Che Guevara” a cinquestelle, si presenta nel salotto di Bruno Vespa e la mette così: «Ritengo che Conte debba scrivere una documentazione, un atto formale, al Tribunale dei ministri e alla Giunta per le Autorizzazioni in sui si dice che quella scelta giusta o meno che fosse, è stato un atto condiviso di governo. Processare il solo Salvini non è giusto».

Boom. Da giustizialisti a garantisti. Da tifosi della magistratura a strenui difensori di un vicepremier leghista al punto da rinnegare uno dei principi fondanti del movimento. «Noi abbiamo sempre valutato l’autorizzazione a procedere come un atto dovuto», ripeteva nei giorni scorsi la pasionaria dissidente Paola Nugnes. E adesso? Non sarà più così. Non conosciamo gli effetti di una presa di posizione del genere. Eppure sembra prevalere la real politik, o, come sussurrano in Transatlantico, «il patto di potere fra Luigi e Matteo». D’altro canto, se il M5S decidesse di processare Salvini metterebbe in discussione la durata dell’esecutivo. Con una conseguenza non trascurabile: di lì a poco si tornerebbe alle urne e, stando ai sondaggi odierni, il centrodestra allargato a guida Salvini avrebbe buone chances per vincere le elezioni. Allo stesso tempo, negare l’autorizzazione a procedere non sarebbe facile da far digerire alla base grillina, in larga parte giustizialista. Dunque, la partita politica sembra volgere verso il successo della squadra capitanata da Salvini. Poi, certo, ce ne sarà un’altra di partita e si giocherà nel campo giudiziario. E in quello stadio tutto potrà succedere…

ALBERTO QUARANTA

FONTE: linkiesta

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