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Perché questa è l’ora più buia dell’Europa? Perché l’Europa oggi ha più paura davanti a qualche dozzina di migranti di quanto ne avesse di fronte a Hitler e al nazismo. Come se fossimo sotto attacco da gente impestata e feroce che ci vuole rovinare, così agitati e tremebondi al punto da sembrare, alla fine, persino ridicoli: si trattava di far scendere a terra 49 migranti, tra cui diversi bambini, nonun’orda di invasori.

Adesso che abbiamo chiuso i porti agli sbarchi, che abbiamo smesso di inorgoglirci per la Marina militare che li salvava dalle onde, abbiamo ancora paura? Non è una questione di principio – tanto non passa nessuno – ma di dimensioni. Tra il 2014 e il 2017 in Italia sono sbarcate in media oltre 150mila persone l’anno, da mesi non ne arrivano quasi più. Il nostro “Muro” nel Mediterraneo lo abbiamo già costruito, meglio ancora di quello che Donald Trump vuole tra Usa e Messico. Costa anche meno: basta non sentire e nonvedere quelli che affogano. Le Ong, qualunque sia il nostro giudizio su di loro, sono scomodi testimoni di questi naufragi.

Dovremmo sentirci al sicuro e invece no. Il motivo è semplice: i nostri governanti stanno in sella perché abbiamo paura. E loro più dinoi perché il consenso che raccolgono si basa proprio su questo. Nel dopoguerra nel continente si aggiravano decine di milioni dipersone in città e nazioni distrutte e affamate. Non siamo sopravvissuti grazie ai nostri padri a tutto questo per precipitare adesso nel sonno della ragione. Non è questione di essere “buoni” ma razionali. C’è da temere seriamente che nel caso si verificasse un’autentica tragedia o qualche conflitto allargato – allora sì la paura sarebbe giustificata – l’Europa sprofondi davvero nel caos: al punto che persino ai disperati africani sarebbe consigliato di tenersene lontani.

Dovremmo sentirci al sicuro e invece no. Il motivo è semplice: i nostri governanti stanno in sella perché abbiamo paura. E loro più di noi perché il consenso che raccolgono si basa proprio su questo. Nel dopoguerra nel continente si aggiravano decine di milioni di persone in città e nazioni distrutte e affamate. Non siamo sopravvissuti grazie ai nostri padri a tutto questo per precipitare adesso nel sonno della ragione

L’Europa sta perdendo la ragione. È nel marasma. Ha così paura di sbilanciarsi, di aprire uno spiraglio, che ha perso la testa perdividersi i 250 migranti ospitati da Malta. Hanno risposto positivamente in otto Paesi membri dell’Unione su 27 visto che la Gran Bretagna è fuori: ci è rimasta per il tempo necessario a bombardare Gheddafi nel 2011 con Francia e Usa, creando il maggiore disastro del Mediterraneo dai tempi della seconda guerra mondiale. Quanto ai Paesi dell’Est, così corteggiati dai nostri ministri, non hanno mosso un dito: non ci vuole un genio delle geopolitica per capire che non ci serviranno mai, né per risolvere i problemi della Libia, dell’Africa, del Medio Oriente, né per risollevare la nostra economia. In compenso all’Est li riempiamo di soldi: forse sarebbe meglio rivedere i bilanci europei.

Per venti giorni si sono fatti galleggiare 49 profughi mentre i vertici europei discutevano e litigavano: uno spettacolo indegno anche peri nostri vicini del Mediterraneo. Le conseguenze sono immediate: molti adesso lodano Erdogan che in Turchia si tiene tre milioni diprofughi siriani in casa, magari dimenticando che per questo “lavoretto” lo paghiamo sei miliardi di euro, che ci ricatta quando vuole e fa strage di curdi e oppositori. Ma qui qualcuno ha il coraggio di dire qualche cosa a Erdogan? L’Europa sta perdendo, oltre alla ragione, la sua ragion d’essere, sta esaurendo il suo capitale morale e l’idea per cui è nata 70 anni fa. Essere umani con i profughi nonsignifica essere deboli o cedevoli ma per essere forti con i forti bisogna avere dei valori e delle convinzioni da spendere.

Sembra un paradosso ma non lo è: nei Paesi più poveri lo sviluppo non è sinonimodi benessere per tutti e di posti di lavoro assicurati e qualificati. In poche parole alte percentuali di giovani restano senza lavoro e aiutati dalle famiglie, meno povere diprima, trovano i soldi necessari per migrare. A essere cinici il vero interrogativo è se nei prossimi tre decenni l’Africa sarà ancora troppo povera per fare le valigie e partire

Certo tutto concorre ad alimentare la paura per il futuro e il disagio. “Fuga dall’Africa”, titolo di un fortunato libretto di Stephen Smith, predice un assalto della “giovane Africa” al continente “bianco”: in 50 anni da un miliardo gli africani diventeranno 2,5. Eppure gli immigrati di origine africana presenti in Europa costituiscono meno del 2% della popolazione totale. Secondo Smith tra 30 anni saranno il 20-25 per cento. Un demografo molto noto come Francois Héran però contesta queste cifre. Nel 2050, secondo i dati incrociati di Banca mondiale, Fmi e Ocse, gli africani e i loro discendenti in Europa rappresenteranno dal 3 al 4% della popolazione totale.

Però c’è un aspetto interessante che accomuna Smith e Héran: per entrambi le popolazioni dei Paesi molto poveri si spostano poco mentre lo sviluppo economico, invece di frenare l’emigrazione, la incoraggia. Sembra un paradosso ma non lo è: nei Paesi più poveri lo sviluppo non è sinonimo di benessere per tutti e di posti di lavoro assicurati e qualificati. In poche parole alte percentuali di giovani restano senza lavoro e aiutati dalle famiglie, meno povere di prima, trovano i soldi necessari per migrare. A essere cinici il vero interrogativo è se nei prossimi tre decenni l’Africa sarà ancora troppo povera per fare le valigie e partire.

Che fare? La risposta è lunga e complessa ma intanto all’Africa si potrebbe restituire qualche cosa: per esempio le tasse che dozzinedi multinazionali delle materie prime non pagano mai in loco mentre Paesi come la Francia, che gestiscono le riserve valutarie di oltre una dozzina di Paesi del franco Cfa, hanno qualche responsabilità in più degli altri. Ma la cosa più sbagliata è farsi travolgere dall’ansia invece di ragionare: se proprio volete date il voto ai leader della paura ma non la vostra anima. La paura mangia l’anima, come diceva il titolo di un vecchio film.

Matthew Mirabelli / AFP

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