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In foto Sergio Mattarella

Il 2019 sarà un anno decisivo, per l’Altra Italia. È così che Ugo La Malfa chiamò la parte migliore del Paese, facendone il titolo di un suo prezioso libro che nel 1975 venne pubblicato da Mondadori. Ed è così che è venuto spontaneo definire l’Italia raffigurata nell’alto impegno morale di cui era intriso il discorso di fine anno del presidente della Repubblica, e che è ben rappresentata dalla figura stessa di Sergio Mattarella. Già quasi mezzo secolo fa quella definizione indicava l’esistenza di un’Italia civile, educata, rigorosa, autenticamente democratica, aperta al mercato, sottoposta alla dura ma premiante legge del merito e della concorrenza, che giocoforza si contrapponeva ad un’Italia qualunquista, integralista, bigotta, incompetente, che campa di spesa pubblica, avversa la scienza e si esalta per ogni forma di giustizialismo salvo quando non è a proprio danno. Ci sono sempre state, e tuttora esistono, queste due Italie. La seconda, pur essendo tendenzialmente maggioritaria, per lunghi tratti della storia repubblicana ha contato poco e niente. La prima, nonostante fosse minoritaria, ha espresso la classe dirigente del Paese.

Il capolavoro è avvenuto nella Prima Repubblica, quandol’interclassismo della Dc – che le consentiva di avere più voti dall’Italia arretrata ma di rappresentare anche quella avanzata – e la sua disponibilità, da De Gasperi in poi, di condividere il potere con chi esprimeva maggiormente le minoranze più avanzate. Un equilibrio – in cui trovò posto, e che posto, anche il più grande partito comunista d’Occidente – rotto il quale, con la furia giustizialista del 1992, si dovette ricorrere ad artifizi per trovarne un altro. Via i partiti storici, quelli con radici nelle culture politiche europee del Novecento, per far posto a movimenti estemporanei e partiti personali; via la rappresentanza parlamentare su base proporzionale, a favore di una italica versione del sistema maggioritario, né presidenziale né bipartitico pur volendo tanto esserlo, così da generare confusione e contraddizioni infinite con ildettato costituzionale, fermo al sistema politico-istituzionale nato dopo la guerra; via le élite, sottoposte a purga popolare non solo peril loro valore effettivo (che sarebbe stata meritata) ma anche concettualmente, per far spazio prima (nell’era berlusconiana) a “gente che piace alla gente”, cioè a chi poteva esibire successo e godeva di notorietà (per lo più televisiva) e poi (nell’era grillina) a “gente come noi”, sulla base dell’idea che la delega va data a chi ti somiglia e non a chi è migliore di te. È la Seconda Repubblica, la stagione – fallimentare – del populismo al potere. Prima quello di Berlusconi, cui ha sciaguratamente fatto da sponda, assorbendone tutti i peggiori riflessi condizionati, la sinistra. E paradossalmente, più la sinistra moderata e (sulla carta) riformista che non quella radicale. Così, con la sola parentesi del governo Monti – che ha ilsuo più grave torto proprio nell’essere stato, e nel viversi, come un inciso e non come una transizione verso una nuova Repubblica, la Terza – siamo passati dal populismo berlusconiano a quello renziano, per poi arrivare, in una drammatica escalation, a quello salvinian-grillino. Sancito, quest’ultimo, da un momento di rottura elettorale – il voto del 4 marzo scorso – così come nel 1994l’affermarsi di Forza Italia e del centro-destra aprì le porte al pessimo bipolarismo che ci siamo portati dietro per quasi un ventennio.

È con il passaggio elettorale più recente, che ha avuto esiti niente affatto imprevedibili, e tanto più dopo la nascita del governo pentaleghista e dopo averlo visto all’opera, che predichiamo – come facemmo tra il 1992 e il 1994 e poi in tutti gli anni seguenti – la necessità che nel Paese si formino degli anticorpi, o meglio che quell’Altra Italia si desti dal torpore in cui da troppo tempo è caduta, e reagisca. Ora, dalle 20,30 del 31 dicembre 2018, sappiamo che il primo paladino di questa riscossa è il Capo dello Stato. Sia chiaro, non lo abbiamo scoperto in quel momento. Conosciamo la sua cifra – politica, culturale, istituzionale – e ildiscorso di San Silvestro non ci ha certo stupiti. Ma conosciamo anche il suo carattere schivo, la sua inclinazione a stare un passo indietro per non correre il pericolo di essere accusato di aver solcato anche solo di un millimetro la riga, immaginaria ma per lui concretissima, che separa il suo ruolo istituzionale da quella che potrebbe anche solo sembrare un’intromissione politica. Ed è per questo che siamo felici che tra il poter essere criticato per aver taciuto e il poter essere accusato di aver parlato, egli abbia scelto la seconda opzione.

Sono tanti i riferimenti, espliciti e impliciti, che Mattarella ha voluto fare alla grana grossa, per non dir peggio, della politica attuale. Che in questi giorni sono già stati sviscerati, sui giornali, è inutile ripeterli. Anche perché noi crediamo che il valore – altissimo – del discorso del Presidente non stia in quello che ha detto o è sembrato volesse dire al Governo e alle forze di maggioranza, come tutti hanno osservato, ma viceversa in quello che ha voluto dire alle forze di opposizione e, ancor più, alle realtà sociali politicamente inespresse , a quel “partito che non c’è” che noi di TerzaRepubblica evochiamo da tanto tempo – ma forse sarebbe meglio dire, ormai, ai “partiti che non ci sono”, visto che non ne manca solo uno – e di cui si sente maledettamente ilbisogno. Perché se è toccato a lui – certo non impropriamente, ma di sicuro inusualmente – ricordare, con un mosaico di riferimenti, che c’è un’Altra Italia rispetto a quella che si vede attraverso la rappresentazione che ne danno le forze di maggioranza, e che non è mediaticamente visibile fino al punto di rischiare di non avere la consapevolezza della sua esistenza come corpo sociale, la colpa è di chi non le offre alcuna rappresentanza politica.

Si dirà: ma il fronte populista, pur diviso sulla scheda, il 4 marzo ha comunque conquistato la maggioranza dei seggi parlamentari e oggi è accreditato di un consenso di almeno il 60%, dunque l’Altra Italia si rassegni. Ma gli italiani saranno pure diventati cattivi, come diceil Censis, ma non si sono bevuti il cervello. Ci sarà un motivo se accreditano di così tanto consenso forze che non solo predicano “male” – nel senso che vellicano i bassi istinti infarcendo i loro discorsi di fake news – ma razzolano peggio, come hanno dimostrato in questi 7 mesi di governo, e in particolare portando a casa il record di tre fiducie di seguito per approvare la legge di Bilancio come nessun governo nelle 18 legislature della Repubblica era mai riuscito a fare. E il motivo è che si sono stancati – tutti, di entrambe le due Italie, noi compresi – di votare i finti moderati, i finti conservatori, i finti riformisti e i finti progressisti. Finti perchéprivi di un solido retroterra culturale. Finti perché figli di modalità politiche ed espressive esse stesse populiste. Finti perchéfintamente competenti (anche se incapaci di raggiungere le vette di dilettantismo dei Toninelli e soci). Finti, soprattutto, perchéincapaci di offrire ai cittadini una lettura non stereotipata della realtà e di conseguenza prospettare ricette rigorose e non convenzionali per la soluzione dei problemi. Oggi Pd e Forza Italia si stracciano le vesti in parlamento di fronte ai contenuti della manovra finanziaria pentaleghista e alle forzature procedurali usate dall’esecutivo per arrivare a vararla nei tempi necessari ad evitarel’esercizio provvisorio, senza rendersi conto che la critica più efficace da farsi sarebbe quella di accusare il “governo del cambiamento” di essere in realtà il “governo della continuità”,perché non ha cambiato nulla delle peggiori abitudini che in questo ultimo quarto di secolo hanno portato l’Italia al declino. La spesa pubblica corrente usata per comprare consenso a fronte di pochissimi investimenti in conto capitale e nessuno strategico, la pelosa “generosità” nell’abbassare (anziché elevare) l’età della quiescenza sottacendo che così i giovani si ritroveranno pensioni da fame, il welfare declinato in chiave assistenziale con distruzione di risorse a pioggia, oggi sotto forma di reddito di cittadinanza e ieri con gli “80 euro” renziani: non sono forse tutte scelte in perfetta continuità, che hanno attraversato le diverse fasi della Seconda Repubblica e ora sono il fiore all’occhiello di quella che si fa inopinatamente chiamare Terza? E da quanto tempo il Parlamento è ridotto alla marginalità e inutilità che ha dimostrato di avere in questo inizio di legislatura? Gli “scappati di casa” che affollano oggi Camera e Senato non sono forse gli epigoni delle signorine berlusconiane e dei piccoli burocrati piddini che non hanno mai lavorato in vita loro, di ieri e ieri l’altro? L’unica differenza è che fino a ieri il populismo lo si praticava sotto mentite spoglie, mentre oggi lo si rivendica con orgoglio come un marchio distintivo da esibire.

Ecco perché Mattarella, nel dare corpo e voce all’Italia migliore senza però poterle dare rappresentanza politica, ha reso evidente quanto manchi oggi un’alternativa. Non è tanto dell’opposizione parlamentare che stiamo parlando, la cui obsolescenza non nasce certo in questa legislatura, quanto di una prospettiva politico-programmatica davvero alternativa a quella nazional-populista oggi vincente, e di una o più forze che la incarnino. Fin qui l’unico segnale è venuto dalla piazza – paradossalmente, visto che è sempre stata il luogo simbolo del populismo di sinistra e, ultimamente, dell’esaltazione del “vaffa” – che ha segnalato l’esistenza in vita dell’Altra Italia. Parliamo delle piazze delle donne di Torino e Roma, delle manifestazioni degli imprenditori del Nord, di pezzi di ceto medio produttivo che sembrano prendere coscienza di sé e della distruzione cui sono destinati. Ma, come abbiamo già rilevato nei mesi scorsi, perché dalla piazza si arrivi alla rappresentanza occorrono due cose: riempire il buco tra base e vertice creato dalla disintermediazione – anche questa nata prima dei pentaleghisti, vero Berlusconi e Renzi? – attraverso nuove modalità e nuovi interpreti della rappresentanza sociale (pensiamo prima di tutto a Confindustria e sindacati, ma non solo); ricreare i partiti, quelli normali fatti di iscritti che discutono ed eleggono i loro rappresentanti nei congressi (e non nei gazebo mischiati a gente che non c’entra nulla), dove si formano maggioranze e minoranze sulla base delle diversità politiche senza che il dissenso siacriminalizzato, e che non confondono la democrazia rappresentativa e le sue regole con immaginarie forme di democrazia diretta e plebiscitaria.

Ugo La Malfa, sentendoci, ci rimprovererebbe per auspici così basilari rispetto a quelli da lui immaginati per l’Altra Italia negli anni Settanta. Ma siamo sicuri che assentirebbe se vedesse – Dio non voglia – com’è ridotta la politica italiana oggi. Dunque, è troppo sperare che, non avendocele portate Babbo Natale e disperando che faccia in tempo la Befana, queste piccole grandi cose che servono all’Italia e alla sua democrazia arrivino almeno con l’uovo di Pasqua? Buon 2019.

ENRICO CISNETTO

FONTE: terzarepubblica.it

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