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In foto Salvini, Conte e Di Maio

Dopo la fine della trattativa con la Commissione europea, Luigi Di Maio e Matteo Salvini si sono apprestati a ribadire di aver comunque mantenuto le promesse elettorali. Seppur siano stati concessi tagli miliardari alla prima bozza di legge di bilancio approvata dalla Camera, secondo il governo non sarebbero messe a rischio le misure promesse da mesi, fin dal contratto di governo. Tutto il contrario di quanto era stato paventato prima dell’inizio della trattativa europea. I leader del governo, fino a qualche settimana fa, escludevano ogni modifica della manovra, per il rischio di non poter rispettare le promesse fatte agli elettori in caso di riduzione del deficit nominale dal 2,4 per cento. Oggi appare tutto cambiato, nonostante il deficit ridotto di circa 7 miliardi: il governo ripete come un mantra che “le promesse sono rispettate”.

L’ultima lettera inviata dal governo italiano alla Commissione parla chiaro: 10,2 miliardi tagliati della manovra, tramite aumenti di tassazione e riduzioni di spesa. Per i primi, si prevedono l’anno prossimo 150 milioni dalla web tax (600 dal 2020), la cancellazione della deduzione Irap per i lavoratori a tempo indeterminato assunti al sud (113 milioni), la limitazione del taglio dell’Ires ai soli enti commerciali (118 milioni), l’abolizione del credito di imposta per l’acquisto di beni strumentali (204 milioni) e le nuove tasse sui giochi d’azzardo (450 milioni). Circa un miliardo di euro, solo in parte compensato dal taglio dei contributi Inail dovuti dalle aziende (per più di 400 milioni secondo un emendamento presentato dal governo al Senato). Decisioni che vanno a peggiorare una situazione già non rosea. Secondo quanto calcolato dal Foglio, il taglio delle tasse previsto per l’anno prossimo dalla prima versione della legge sarebbe stato pari a solo 1,4 miliardi di euro. Senza contare le coperture previste, che per l’Ufficio parlamentare di bilancio avrebbero aumentato il gettito per il 2019 di 6 miliardi di euro. Ora, rispetto a queste stime, le imposte aumentano ancora.

Inoltre le clausole dell’Iva, aumentate nel 2020 e 2021, porteranno il carico totale da disinnescare a 23 miliardi nel 2020e a quasi 30 l’anno dopo. Le salvaguardie non scattano dal 2014 e da allora sono sempre state disinnescate anno per anno, rimandandole grazie all’utilizzo del deficit. Questa volta tuttavia l’impresa sarà difficile: il deficit nominale programmato, 1,8 e1,5 per i due anni in questione, sarà a malapena sufficiente a coprire il mancato gettito Iva. Le manovra di bilancio potrebbero diventare di un solo articolo, senza alcuna misura di incentivo e rilancio dell’economia.

La trattativa con Bruxelles ha ridotto anche gli spazi del governo dal lato della spesa. I due fondi per le misure principali dellamanovra di bilancio – reddito di cittadinanza e quota 100 – vengono tagliati rispettivamente di quasi 2 e 2,7 miliardiViene inoltre ridotto il tasso di aggiornamento degli assegni pensionistici oltre 1.500 euro lordi al mese etagliati alcuni programmi di spesa per l’innovazione.

In un quadro di tagli così considerevoli, per quanto temporanei e non strutturali anno su anno, come poter mantenere lepromesse fatte in campagna elettorale e nel contratto di governo?

 Partiamo dalle misure simbolo. Il reddito di cittadinanza del Movimento 5 stelle presenta un costo totale pari a circa 17 miliardi di euro (stima Istat). La legge di bilancio per il prossimo pare che finanzierà la misura per poco più di 7 miliardi (che comprendono anche 2 miliardi del Rei), meno della metà della spesa inizialmente prevista. Per comprendere se la promessa sia da ritenere o meno rispettata (già da giugno si è iniziato a parlare di “avvio del reddito di cittadinanza”) bisognerà attendere il disegno di legge specifico. Secondo il Movimento 5 stelle la platea rimarrà pari a 5-6 milioni di persone e il beneficio massimo resterà di 780 euro al mese; vedremo quello medio.

Quota 100 è il provvedimento più voluto dalla Lega di Matteo Salvini. Dovrebbe rappresentare l’agognata “abolizione della riforma Fornero” che il leader leghista promette da anni in ogni angolo televisivo. Per la misura sono previsti però solo 4 miliardi di euro, dai quasi 7 previsti nella prima versione della legge di bilancio. Ma abolire la legge Fornero costerebbe ben oltre: circa 20 miliardi all’anno, strutturali. Quota 100 per ora appare una misura temporanea che andrà a beneficio di alcune centinaia di migliaia di pensionandi per un paio di anni, senza però scardinare le regole della Fornero. Rimarrà l’adeguamento automatico dell’età pensionabile all’aspettativa di vita, come pure il passaggio al sistema contributivo. La promessa di Salvini non è mantenuta (e i giovani italiani tirano un sospiro di sollievo, per ora).

Ma le promesse non si fermano qui. C’è chi ha contato gli impegni presi dalla maggioranza di governo di fronte agli elettori italiani, prima e dopo le elezioni. E’ un portale di fact-checking, CheckPoint Promesse, che da inizio settembre monitora costantemente 100 promesse del governo per verificarne l’attuazione. Alcune di queste sono state effettivamente mantenute. Pensiamo a quelle di Matteo Salvini sull’immigrazione, dal blocco agli sbarchi delle navi delle Ong alla riforma dei permessi umanitari. Sul fronte economico invece il governo è più in difficoltà. C’è il taglio parziale delle pensioni più elevate, che porterà nelle casse pubbliche qualche decina di milioni di euro. E’ stato anche introdotto il condono fiscale. Ma d’altra parte sono numerose le promesse mancate, stando al contratto di governo e alle dichiarazioni estive dei due leader di partito.

La prima bocciatura non può che essere la flat tax. E’ stato il cavallo di battaglia per Matteo Salvini, prima che la Lega cambiasse cavallo virando su quota 100. Nonostante alcune dichiarazioni estive per cui si sarebbe partiti prima dalle aziende per poi occuparsi delle famiglie nel 2019, non si è fatto (quasi) nulla. Le misure in via di approvazione infatti, la riduzione al 15 per cento della tassazione per le partite Iva sotto i 60 mila euro di fatturato e la riduzione dal 24 al 15 di aliquota Ires per le imprese che investono o assumono a tempo indeterminato, non rappresentano regimi “flat tax”. Non riconducono infatti tutto il sistema fiscale al di sotto di un’aliquota unica, ma anzi sono marginali. Su un gettito totale Irpef e Ires di quasi 220 miliardi all’anno, queste misure hanno un impatto a regime di quasi 3 miliardi! Ma c’è di più: per finanziarle il governo sembra intenzionato ad alzare altre imposte, tramite l’abolizione dell’Ace, dell’Iri e di alcune misure contenute nel piano Industry 4.0.

La seconda promessa mancata sono le assunzioni nella pubblica amministrazione, che vengono dilazionate a fine 2019. La ministra competente Giulia Bongiorno aveva dichiarato che avrebbe assunto 450 mila nuovi dipendenti pubblici entro il 2019, per poi correggersi e dichiarare di voler raggiungere il risultato entro il prossimo triennio. Invece pare che la nuovamanovra imporrà una moratoria alle nuove assunzioni, anche per gli enti – come l’Inps – che ormai stavano ultimando le procedure. Nel frattempo la nostra amministrazione pubblica rimane sottodimensionata rispetto ad altri paesi come Francia, Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti e con la più alta quota dell’area Ocse di dipendenti ultra 55enni (45 per cento).

In campagna elettorale molto si era detto anche sulle politiche per la natalità. Sia il Movimento 5 stelle che la Lega hanno presentato le politiche per la famiglia come una priorità: in effetti il tasso italiano di fecondità è attorno all’1,3 figli per donna. Inizialmente la prima bozza della manovra era molto scarna su questo fronte. Nel contratto di governo era previsto “l’innalzamento dell’indennità di maternità, un premio economico a maternità conclusa per le donne che rientrano al lavoro esgravi contributivi per le imprese che mantengono al lavoro le madri dopo la nascita dei figli”, oltre a “rimborsi per asili nido ebabysitter e l’abolizione dell’aliquota Iva su prodotto per l’infanzia”. In realtà si è invece faticato per confermare nellamanovra, o incrementare leggermente, le misure introdotte dai precedenti governi. Dovrebbe dunque esserci il bonus bebè, il finanziamento per l’asilo nido dovrebbe incrementare di 500 euro e ci sarà maggiore flessibilità per la scelta del periodo di congedo di maternità. Ma nessuna rivoluzione.

Sono almeno altri tre i tasti dolenti per l’esecutivo. Entrambi i partiti di maggioranza avevano promesso di introdurre un salario minimo per tutelare i lavoratori non coperti da contratti nazionali. Una promessa a costo zero per lo stato – per quanto delicata dal punto di vista economico – e sulla quale si trova a favore anche parte dell’opposizione. Eppure l’impegno si è perso nel tempo e ormai non se ne parla più, come accaduto anche per i governi precedenti. Il Movimento 5 stelle aveva inoltre posto grande attenzione alla razionalizzazione normativa, lanciando a gennaio la campagna per abolire 400 leggi “nei primi giorni di governo”. Non se ne è più sentito parlare, e il sito aperto dai 5 Stelle per raccogliere proposte esegnalazioni è stato chiuso. Infine, anche sulla spending review l’azione del governo manca di un pezzo fondamentale rispetto alle proposte della campagna elettorale. E’ famoso l’impegno di Di Maio di tagliare “al primo consiglio dei ministri” 30 miliardi di sprechi di spesa pubblica. In realtà, prima degli interventi concordati con la Commissione europea, l’ammontare dei cosiddetti tagli agli sprechi contenuti nella legge di bilancio raggiungeva poco più di 1 miliardo l’anno prossimo, a salire negli anni successivi.

LORENZO BORGA

TRATTO DA “IL FOGLIO”

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