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Sono trascorsi 67 anni dalla rotta del Po in Polesine ma il ricordo è ancora vivo nelle vite di chi l’ha vissuto e di chi se lo è sentito raccontare. Ancora oggi, che gli argini sono stati messi in sicurezza, il mese di novembre è portatore di piene, e come ieri si scruta il Grande Fiume, con un po’ di timore. Mi faccio raccontare l’avventura dalla signora Bice, che nel 51 aveva 21 anni. Abitava in una casa bianca di campagna nel piccolo paese delle Zampine, con mamma, papà e otto fratelli. La vita tranquilla fu rivoluzionata il 14 novembre e tra le 19,00 e le 20,00 in cui si raggiunse il massino colmo della piena, un forte boato fece accaponare la pelle, era il rumore della rottura dell’argine. Il Grande Fiume, con tutta la sua violenza, in poche ore scaricò valanghe di acqua per chilometri e chilometri, allagando i campi, le case, le stalle. La forza dell’acqua era tale che trascinava via tutto ciò che incontrava. Le persone disperate urlavano, si chiamavano, i bambini piangevano e qualcuno invocava Dio.

Nulla, riuscì a fermare la catastrofe. La casa della signora Bice fu completamente invasa dalle limacciose acque che arrivaro a lambire il primo piano, e miracolosamente tutta la famiglia riuscì a mettersi in salvo. Il Comune di Stienta, in pochi giorni, riuscì ad organizzare dei soggiorni per dislocare più persone possibili dal territorio impraticabile, ed i bambini e le donne furono i primi ad essere sfollati. Toccò anche alla Bice e al suo fratellino più piccolo di sette anni, Novello. Il pullman li portò a Medolla in provincia di Modena, furono rifocillati e fatti accomodare all’interno della scuola del paese. Lì arrivavano i componenti delle famiglie che desideravano ospitare qualcuno. Ben tre persone, in momenti diversi, si avvicinarono alla giovane Bice proponendole un alloggio, ma quando sentivano che vi era pure il piccolo Novello, declinavano l’offerta. Finchè un uomo con gli stivali ed il pastrano verde disse di essere il fattore di una famiglia di proprietari terrieri, e che era ben felice che ci fosse pure un bambino. E fu così che a bordo di un camioncino raggiunsero la tenuta. La famiglia era composta da marito, moglie e un figlio, la servitù il fattore e sua moglie. Rimasero ospiti nella grande villa per quattro mesi, nei quali Novello andava alla scuola elementare e Bice restava a casa, e per non annoiarsi aiutava la cuoca.

Purtroppo ad altre persone andò peggio. Nel tentativo di scappare da quell’inferno, nei pressi di Frassinelle avvenne la tragedia che tutti ricordiamo tristemente come il “camion della morte”. Il mezzo era partito da Rovigo in direzione Fiesso Umbertiano per caricare gli alluvionati e spostarli verso zone più sicure. In quella disperata fuga il camion incontrò sulla via un uomo che faceva dei segnali con un lumino in mano, l’autista non comprese e proseguì la corsa finendo inghottito tra le acque. L’uomo cercava di segnalare che più avanti la strada era stata sommersa dalle acque e che non era possibile continuare. In quella sciagura perirono 84 persone e se ne salvarono solo sei o sette. Se transitate per Frassinelle Polesine, nella frazione Passo, dovete assolutamente visitare il minuscolo cimitero interamente dedicato ai defunti dell’alluvione; tombe semplici e tutte uguali: 6 file da 14 tutte alla stessa distanza, molte non hanno la fotografia dell’estinto, ma si sa, in quella tragedia tutti persero tutto. All’esterno del Sacrario di San Lorenzo una lapide commemora il sacrificio.

Roberta Morelli

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