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“Perché ho scelto il volley e non il calcio?. Perché il volley si fa con le mani, come un’opera d’arte, e come tutte le cose belle. Del resto, io sono un artista ed un professionista molto esigente”.

A parlare è Luigi Veronese, Presidente dell’Alva Inox Delta Volley di Porto Viro, attualmente la squadra più importante a Rovigo di questo sport. Un caso clamoroso di successo perché la società è nata nel 2012 ed è già arrivata alle soglie della serie A.

Un fenomeno tanto più incredibile se si pensa che è nato in uno dei templi del calcio. È vero che di là dal Po c’è il paese del compianto Vigor Bovolenta, Campione del Mondo con l’Italia, ma il ponte di Ca Venier è più impenetrabile della muraglia cinese.

“La nostra – dice il vice presidente Natalino Tumiati, che come sempre è al fianco del numero uno della società – è una piccola realtà sana, che non fa debiti, che non ha grandi budget, ma che onora con puntualità tutti i suoi impegni, in primo luogo verso tecnici e giocatori”.

In foto Luigi Veronese

Il Delta Volley ha come colori sociali il nero e il fucsia, un abbinamento insolito ma che, anche in questo caso, va ricondotto al senso estetico di Veronese: “Volevo qualcosa che unisse forza ed estro. Il nero ha la forza di tutti i colori, il fucsia richiama l’insolito, l’imprevedibile come è la nostra storia – racconta –. Tutto nasce da una scommessa fatta con Egon, il nostro libero, che mi ha sfidato a portare il volley nella terra del calcio. Altrettanto per caso ho scoperto che il mio vicino di studio, Natalino (Tumiati, ndr), era un dirigente importante della pallavolo (per 8 anni presidente Fipav) e cosi siamo partiti. La mia soddisfazione più grande? Senza dubbio le finali di coppa Italia e dei playoff dello scorso anno, quando si è visto tutto il paese accorrere a sostenere la squadra”.

Dirigere una società come questa è difficile ma per le cose belle il tempo si trova sempre, anche se non sembra bastare mai. Il Presidente ci guarda e sorridendo dice. “Non sono mai stato uno sportivo e non mi è venuta la passione adesso.  Mi piace fare qualcosa di nuovo, sempre. Ci metto così tanto impegno che l’ultima volta che sono andato dal medico questi, per farmi guarire dall’infiammazione alla spalla, mi ha ordinato di smettere di giocare a pallavolo. ‘Ma se non ho mai giocato?’ gli ho detto. ‘Impossibile’ ha ribattuto. È il tipico caso di malattia professionale”.

Tatiana Bragarenco

1 – continua

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