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Un peuple et son Roi (One Nation One King) viene presentato l’ultimo giorno a Venezia fuori concorso. Film francese di Pierre Schoeller, vede come protagonisti Gaspard Ulliel e Adèle Haenel, che interpretano il ladro Basile e la lavandaia Françoise. È il 1789: la Bastiglia è appena stata presa e i due protagonisti, insieme alla classe lavoratrice, assistono alla creazione di un nuovo regime politico basato sul cittadino nell’assemblea appena costituitasi. Ma l’unico pregio del film sono le bellissime immagini create grazie al direttore della fotografia Julien Hirsch. Tutto il resto è frenetico ma noioso, e in una sala già non piena dopo la prima mezz’ora cominciano a uscire persone. Il film sembra disordinato, come se le scene fossero state montate senza nessun nesso logico, e i personaggi – perfino quelli dei protagonisti – sono poco approfonditi e lasciati molto alla superficialità. Perfino quando a Françoise muore la sorella in una sparatoria, o quando a Basile nasce la prima figlia, non ci torna indietro nessuna emozione. Forse per le scene che si alternano troppo in fretta, senza lasciarti il tempo di metabolizzare quella prima, o forse perché la storia dei personaggi non c’entra assolutamente nulla con l’importanza della Rivoluzione Francese e della decapitazione del Re, non riusciamo a entrare in empatia con nessuno. Anzi, la sala quasi si addormenta.

Altro film fuori concorso è Una storia senza nome dell’italiano Roberto Andò (anche sceneggiatore), con Alessandro Gassman e Micaela Ramazzotti; lei è Valeria, una ghost writer e segretaria di un produttore cinematografico, e un giorno ottiene la trama per un film: raccontare la storia del furto avvenuto nel 1969 a Palermo di un quadro di Caravaggio. Una commedia che tratta anche dei crimini della mafia e di come il cinema possa investigare nella realtà e trascenderla.

In concorso è invece Zan (Killing) del giapponese Shinya Tsukamoto, un film sui samurai che ci spinge con forza dentro alle lotte, inquadrando a mano ferite, tagli, spade, sangue – anche se non tanto quanto negli altri suoi film. Ci sono quattro personaggi, un villaggio, una fuga e un’amicizia tra due samurai che diventa una lotta ossessiva.

E come non celebrare l’ultimo giorno di Mostra del Cinema prima delle premiazioni se non con il film d’eccellenza, Morte a Venezia di Luchino Visconti, un capolavoro del 1971 restaurato dalla Cineteca di Bologna per l’occasione. Tratto dal romanzo di Thomas Mann, è la storia di Gustav von Aschenbach, che per riprendersi da una crisi cardiaca si reca al Lido di Venezia. Soggiornando all’Hotel des Bains i suoi occhi ricadono su Tadzio, un ragazzino polacco di tredici anni, innamorandosene all’improvviso. Inseguendolo, non cerca di raggiungere solo l’amore di Tadzio, che gli rimane sempre vicino ma schivo, come a voler vederlo impazzire. Gustav insegue il suo sogno di rimanere giovane per sempre anche mentre si avvicina alla morte, che lo prende proprio durante una delle sue lunghe contemplazioni alla bellezza di Tadzio. Come sfondo, Venezia nel 1911 invasa da un’epidemia di colera. Il maestro Pasquale de Santis è a capo della fotografia, che la Cineteca di Bologna fa risplendere di quel bagliore che forse Luchino Visconti stava cercando negli occhi di Tadzio, nella tintura dei capelli di Gustav e nelle onde del Lido di Venezia, in una delle sue celebrazioni meglio riuscite.

Anja Trevisan

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