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Sono due le maniere in cui in una storia si presenta il destino: la prima è passarci accanto più e più volte finché non lo assecondiamo. Nel viaggio dell’eroe, questo momento è denominato la chiamata. E siamo noi a decidere di rispondere e partire, dopo vari tentativi falliti che noi o ignoriamo o da cui scappiamo. Capri Revolution di Mario Martone comincia in questo modo. A Capri, durante l’avvento dell’elettricità, c’è Lucia, una ragazza bellissima che porta ogni giorno a pascolare un gregge di capre. Al di là della montagna, c’è Seybu, un pittore-profeta che somiglia tanto a Gesù. Gentile, carismatico, leader; è a capo di una congrega di discepoli vegetariani e poligami che lo aiuta a trovare a ispirazione. Lucia vede tante volte il gruppo di Seybu, persone che ballano nude nel bosco, che si stendono – sempre nude – sulle rocce a raccogliere energia dal sole. E a un certo punto la ventenne – che non sa né leggere, né scrivere, né parlare italiano correttamente – decide di unirsi a loro e di ribellarsi al volere dei suoi due fratelli. Lucia si trasforma in uno spirito libero, svincolata da tutte le convenzioni sociali e le costrizioni della piccola isola. Vive, balla, fa l’amore, si ammala. Vuole essere curata da Seybu e non da Carlo Rocco, il dottore appena arrivato. Lucia è la vera rivoluzione di Capri: una donna che smette di obbedire e cerca dove vuole la propria, innata, libertà. Michele d’Attanasio bravissimo come direttore della fotografia, riesce a far risplendere anche le stanze buie, come se fossero permeate da un’aura di purezza. Quando Lucia respira l’aria a pieni polmoni, quasi ci pare di respirarla con lei. Genere drammatico, durata 122 minuti, Capri Revolution arriva nelle sale il 13 dicembre.

La seconda maniera in cui il destino arriva è quando non ti passa vicino ma ti investe all’improvviso. Se tu avessi ricevuto una chiamata, non avresti risposto, e allora lui si impone su tutto. O almeno è questo che è successo in The nightingale di Jennifer Kent (Babadook). Che Kent fosse una brava regista già ce n’eravamo accorti, e ora ne abbiamo la conferma. La protagonista è Clare (Aisling Franciosi), un’irlandese sposata, con una figlia appena nata. Il capitano Hawkins (Sam Clafin), però, la vorrebbe tutta per sé e crede che sia di sua proprietà. Dopo un affronto, Hawkins la stupra davanti agli occhi del marito, poi uccide sia lui che la bambina. Clare sopravvive, ma cerca vendetta inseguendo il capitano attraverso il selvaggio paesaggio della Tasmania con una guida (un nero, questo è importante saperlo). È un film crudo, violento, che non lascia nulla all’immaginazione e che tratta temi delicati come razzismo, sessismo, infanticidio, stupro e classismo. Clare potrebbe essere stata chiunque, perché di storie così ne è pieno il mondo. E anche se vogliamo staccare gli occhi dallo schermo – le scene più dure ce le piazza davanti agli occhi, non ci risparmia niente – non riusciamo a smettere di guardare. Primo, perché il montaggio è fatto benissimo (neanche un errore) e secondo, perché sappiamo che Kent qui ha ritratto la realtà.

Queste sono le storie che non vorremmo sapere, e che quindi è necessario raccontare.

In Orizzonti invece il film di oggi è Soni dell’indiano Ivan Ayr, che narra la vita di una giovane poliziotta a Delhi e del suo lavoro relativo a un incentivarsi di crimini violenti contro le donne. Anche qui, un ritratto duro della realtà visto attraverso le emozioni di una persona forte e che non si lascia sconfiggere da quello che vogliono gli altri. Se il suo destino era quello di essere lì in quel momento, Soni l’ha accolto a braccia aperte. Perché quando arriva, noi non abbiamo le armi per difenderci.

Anja Trevisan

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