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In Italia per la prima volta, una ragazza nata nello Yorkshire si imbatte in un ragazzo, entrando di botto dentro un bagno pubblico. Questa situazione particolarmente imbarazzante dal punto di vista sociale si trasforma però in una fortunata circostanza, dal momento in cui i mugugni imbarazzati dei due malcapitati, pian piano, si trasformano in una intensa discussione sulla musica e, alla fine, nella nascita dei Bikini Death Race. Una falla nella gestione della privacy umana, diventa così un grande guadagno per la scena musicale!

Scegliendo di rimanere anonimi, i due (che da questo momento in poi decideranno di farsi chiamare esclusivamente “la ragazza con la maschera da gatto” e il “ragazzo con la maschera da panda”) esplodono quindi attraverso lo scarico del gabinetto, come una nuvola di puzza dolcissima o come la colonna sonora della festa più fica alla quale abbiate mai partecipato. Il mio preambolo non vuole farvi intendere che dentro quel gabinetto siano stati gli acidi ad avere il sopravvento sulla logica comune mentre i due tizi mascherati pianificavano il loro concetto musicale ma…tutto ciò che riguarda i Bikini Death Race, indubbiamente, fa pensare ad un viaggio nell’assurdo e nel luccicoso.

Questa sensazione si avverte dal principio alla fine dell’album dei Bikini Death Race; Party Animals, è veramente una figata. Da Roma ma apparentemente da un altro pianeta, questo duo electro-punk ha prodotto un disco di debutto che è una cannonata. Dieci pezzi che sono uno shock per il sistema nervoso, i ritmo rallentano un po’, soltanto in corrispondenza della metà e della fine del disco. Con una sola canzone che fa capolino oltre il limite apparentemente invalicabile dei tre minuti, Party Animals è inondato di potenziali singoli.

Dietro ogni angolo sonoro l’ascoltatore viene irresistibilmente agganciato da contagiosi ritornelli e da una base ritmica simile ad un battito cardiaco invasato dall’euforia. Il tutto, sostenuto dalla voce della ragazza con la maschera da gatto, che ricorda quella di Kathleen Hanna-cum-Saffron (Republica).

Nel mondo surreale dei Bikini Death Race i temi convenzionali sono accantonati in un angolo della stanza, per fare spazio a quelle che loro chiamano “commedie dell’assurdo”. Questo risulta evidente dal brano di partenza “Celestico”, che suona come la versione in stile filastrocca di Cool For Cats e parla dei crimini compiuti contro la moda (concludendo il tutto in modo macabro). “The Rabbit Hole” parla di quei momenti imbarazzanti in cui qualcuno ti si approccia entusiasticamente e tu non hai minimamente idea di chi sia costui (la fanno da padrone un basso lurido e un synth crudele). Il brano in questione sembra l’anello mancante che collega la vena coatta e teppista dei 2 Unlimited (vedi No Limit) all’attitudine punk. “Oh Ooh” sembra davvero essere stata pensata come il singolo da cantare in giro per il mondo da tutti gli amanti abbandonati. Un pianto liberatorio per tutti i disprezzati, con un testo tagliente: “spouting off about graceful swallowings/why the fuck they couldn’t have shut their mouths then?!”. E’ quanto di più vicino ad una canzone d’amore per i Bikini Death Race.

In “Fuck Off and Die” infuria la tempesta dell’incomunicabilità. Per essere considerati civili siamo costretti ad ascoltare ogni giorno gente che parla incessantemente del nulla. C’è un momento nel brano in cui il ritmo cala sensibilmente e il ragazzo con la maschera da panda urla, “fuck off and die, go shit and vomit you live a lie!”. “Not Sorry” è un pezzone electropunk disseminato di calci in faccia: a mille battiti al minuto, la ragazza con la maschera da gatto urla il canto ribelle: “got drunk and then talked shit/because I’ve been a mega hypocrite/I went and drank alone/you wanted out I didn’t go!”

Quando pensi che le cose non potrebbero andare meglio di così “Have You Ever” sfata il mito: in una corsa mondiale per la giustizia, questo brano potrebbe essere la loro House of Jealous Lovers.
Mentre sputa fuori parole come “why do you have to be so loud?/I fucking wish you’d shut your mouth/don’t you have any other lines?/you’re working hard at talking shit/one day you’re gonna drown in it/you won’t get out of here alive!”, sembra proprio che questa volta la ragazza con la maschera da gatto abbia cacciato gli artigli e che sia pronto all’attacco.
Quello conclusivo è un capitolo decisamente toccante. L’oscura e meditabonda “Time Machine” è di fatto un tributo a Stephen Hawking (ed è stata composta e registrata prima che grandissimo scienziato venisse a mancare). Nel brano in questione sono infatti presenti frammenti della sua conferenza sull’origine dell’universo. Sul libretto che accompagna l’album è riportata la dichiarazione: “this album must be played loud”. Beh, cari Bikini Death Race, obbediremo!

Riflessioni finali. Sotto tutta questa attitudine giocosa e questo esercizio di fuga dalla realtà c’è un significato più profondo da non farsi scappare. Una sorta di filosofia di vita, un’attitudine al “prendila come viene”. D’altronde, per i 25 minuti di durata di questo album, potrai essere un party animal! E basta.

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