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In foto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

I passi sono sempre più lunghi e distesi. Non si avverte nemmeno più la fatica. Oramai lo strappo c’è stato e nessuna dichiarazione può tappare la falla nel centro destra.

Benevolo o critici, l’appoggio c’è ma non la fiducia.

Ma il governo si farà comunque, e i soci saranno quelli che guardano oltre i Balcani, ai simpatizzanti dello UKIP, ai tanti movimenti che dall’Europa, in quanto comunità, vorrebbero uscire.

Si dice che questa è l’unica via. Possibile.

Nel frattempo il Presidente della Repubblica non lascia spazio ad equivoci. Usando le seguenti parole davanti ai convenuti dell’ottava edizione di “the state of the union”, a Fiesole.

“Se è stata la solidarietà a rendere possibile l’avvio della nostra unione, non è senza significato tornare a quel legame – quasi primordiale – per affrontare i problemi odierni. Lo è a maggior ragione in un contesto che vede crisi interne e internazionali, instabilità diffuse e venti di guerra, scuotere l’edificio europeo, rendendo esitante ogni ulteriore passo verso l’integrazione.  Non possiamo ignorare sfiducia e scetticismo diffusi” “La operosa solidarietà degli esordi sembra essersi trasformata in una stagnante indifferenza, in una sfiducia diffusasi, pervasivamente, a tutti i livelli, portando opinioni pubbliche, Governi, Istituzioni comuni, a diffidare, in misura crescente, l’uno dell’altro”

“Non possiamo ignorare questo stato di fatto, né sottacere quanto sia diffusa, fra i cittadini europei, la convinzione che il progetto comune abbia perso la sua capacità di poter realmente venire incontro alle aspettative crescenti di larghi strati della popolazione; e che non riesca più ad assicurare adeguatamente protezione, sicurezza, lavoro, crescita per i singoli e le comunità. Con una contraddizione singolare, che vede gonfiarsi, simultaneamente, le attese dei cittadini e lo scetticismo circa la capacità dell’Europa di corrispondervi”.

E a questo punto il capo dello stato cala l’asso “Pensare di farcela da soli è ingannare gente“. Pensare di farcela da soli, per i Paesi europei, è illusorio perchè “l’irrilevanza delle politiche di ciascun singolo Paese europeo, fuori dal quadro di riferimento continentale, emergerebbe immediatamente”. Per affermare reale sovranità sul terreno dei diritti e delle libertà dei cittadini e su quello della cornice di sicurezza in cui organizzare la propria vita. Per governare in modo appropriato la “frontiera europea” con efficacia e umanità. Per assicurare la nostra sovranità alimentare e quella sul terreno della digitalizzazione, della gestione dei “big data”. La risposta a tutti questi difficili test è una sola: Unione Europea,  occorre “avviare la riscoperta dell’Europa come un grande disegno sottraendoci ai particolarismi e a narrative sovraniste capaci di proporre soluzioni tanto seducenti e pronti ad attribuire inattuabilità alla stessa Unione. Il manifesto di Ventotene continua a ricordarci come l’economia debba essere parte di un percorso di integrazione”.

Per poi concludere avvertendo che è un errore cedere “alla tentazione di cercare in formule ottocentesche la soluzione ai problemi degli anni 2000. L’ Euro ha ruolo che nessuna moneta nazionale ha. Oggi siamo giunti a un punto cruciale nel percorso di integrazione, quello nel quale i diritti di cittadinanza espressi sin qui nelle sovranità individuali degli Stati, si trasfondono sempre più in quella collettiva dell’Unione, fondendosi in un unicum irreversibile. Abbiamo una moneta capace di costituire un punto di riferimento concreto sul piano internazionale, un ruolo che nessuna moneta nazionale potrebbe svolgere”.

Se doveva essere un augurio di buon lavoro…

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