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L’ IMPATTO DEGLI INCENTIVI PUBBLICI. IL RUOLO DELLA LIQUIDITÀ E DELL’ ACCESSO AL CREDITO

La recente crisi globale economico-finanziaria ha indotto molti governi a mettere in atto azioni di sostegno al reddito delle famiglie e agli investimenti delle imprese – usualmente trasferimenti monetari o incentivi all’acquisto – con l’obiettivo di ridare slancio all’economia e porre un freno al forte calo occupazionale determinatosi.

Gli effetti reali indotti da tali azioni sono stati oggetto di numerose ricerche. Il risultato comune che emerge e che le politiche governative di stimolo alla spesa hanno effetti piuttosto eterogenei tra gli agenti economici, famiglie o imprese, destinatari di tali politiche. In generale, differenze nei livelli di liquidità e debito, così come nella facilità di accesso al credito, determinano differenze nell’impatto delle politiche. Ciò confermato sia dai molteplici lavori con dati americani sia da quelli relativi a paesi dell’Europa.

Per quanto riguarda l’Italia, il ruolo rilevante della liquidità e del debito è suggerito da una recente indagine volta a analizzare la relazione tra investimenti delle imprese e incentivi pubblici. In particolare, l’analisi prende in considerazione il credito d’ imposta, relativo alle spese per finanziare le attività di ricerca e sviluppo, di cui hanno potuto beneficiare alcune imprese in Italia subito dopo l’avvento della crisi finanziaria del 2007-08. Focalizzando l’ attenzione sulle imprese che operano nei settori industriali tradizionali, emerge che in media le imprese beneficiarie del credito d’ imposta, all’epoca caratterizzate da un ammontare di liquidità relativamente elevato, hanno incrementato temporaneamente l’ ammontare della spesa in ricerca e sviluppo. Di contro, le imprese beneficiarie del credito ma caratterizzate da scarsa liquidità non hanno modificato l’ ammontare medio di spesa, comportandosi in modo simile alle imprese che non hanno beneficiato del credito d’ imposta e a quelle che, beneficiarie o meno, operano nei settori high-tech. Una evidenza ulteriore sembra anche suggerire che le imprese con scarsa liquidità (beneficiare dell’incentivo pubblico) hanno utilizzato il credito d’ imposta per mitigare le conseguenze negative della restrizione del credito che la crisi finanziaria aveva determinato.

Complessivamente, tali risultati sono coerenti con la tesi che individua nella restrizione del credito la scusa di una quota rilevante della contrazione degli investimenti tra il 2007 e il 2010, di ammontare pari a circa il 20% nel caso dell’Italia. Sono altresì in linea con quanto emerge dallo studio dei provvedimenti di stimolo alla spesa delle famiglie messi in atto dall’amministrazione USA, nel 2001 e 2008, e dal governo italiano. In entrambi i casi si osserva un aumento della spesa per beni di consumo principalmente, se non esclusivamente, da parte delle famiglie caratterizzate da vincoli di liquidità e scarsa accessibilità al credito. Se l’impatto degli incentivi pubblici dipende dalle caratteristiche dei beneficiari, allora il modo in cui questi sono individuati non è neutrale rispetto all’obiettivo di stimolare la spesa: l’impatto complessivo dipenderà dal modo in cui la manovra di incentivo è disegnata. Premesso che un’analisi in tal senso è piuttosto complicata, il caso del credito d’imposta per la ricerca e sviluppo suggerisce un impatto aggregato piuttosto modesto. Difatti, in base ai valori stimati emerge che una riduzione una tantum del gettito fiscale pari a 1 euro – per finanziare il credito d’imposta – ha determinato un aumento delle spese in ricerca e sviluppo presumibilmente inferiore, seppur di poco, a 1 euro. Da notare, al riguardo, che proprio le imprese maggiormente coinvolte nella produzione o utilizzo di beni a alta intensità tecnologica sono quelle rivelatesi del tutto insensibili al credito d’imposta temporaneo.

Antonio Acconcia Università di Napoli Federico II e CSEF

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