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L’Unità è al centro di voci poco edificanti e nobili. Oltretutto potrebbe persino finire nel mirino del “grande rottamatore” Renzi

È una strana vicenda quella del giornale fondato da Antonio Gramsci, l’Unità. Ha resistito per quasi un secolo a incredibili intemperie, è stata a suo modo il simbolo di un’editoria schierata, ma libera nella scelta delle sue argomentazioni, dei suoi giudizi, del suo modo di descrivere la realtà. Qualcuno potrebbe obiettare sulla faziosità, ricordando alcune lacune storiche: nel 1956, in occasione del ventesimo congresso del partito comunista dell’Unione Sovietica, direttore Pietro Ingrao, fu l’unico giornale al mondo che non pubblicò mai il celebre e storico “rapporto segreto” letto da Kruscev e anticipato al mondo intero dalla stampa anglosassone.

Probabilmente una dimenticanza, anche se piuttosto interessata e interessante.

Si possono cercare altre “perle” nella gloriosa collezione del giornale, ma non c’è dubbio che in quel panorama grigio di stampa italiana “impura” (cioè con editori che facevano altri mestieri), sistemata dal ras cremonese Roberto Farinacci nel 1922 per conto di Benito Mussolini (i Frassati dovettero passare La Stampa agli Agnelli e Luigi Albertini fu obbligato a lasciare il Corriere ai Crespi non ancora svezzati per la democrazia), l’Unità nell’immediato dopoguerra fu un punto di riferimento importante e anche culturalmente valido, nonostante alcune “prediche” che arrivavano da un pulpito della sinistra che era, in molti casi, un’appendice del blocco dell’Est.

Poi la storia ha giustiziato il comunismo e inevitabilmente anche il quotidiano comunista italiano, che ha mantenuto comunque una sua dignità storica e che costituisce un piccolo patrimonio del passato di un’Italia alla ricerca di una sua identità, anche attraverso contraddizioni e scontri tra comunisti e riformisti socialisti, tra i fautori di un nuovo “modello di sviluppo” e i difensori della democrazia occidentale in modo spesso acritico. Il post-comunismo e i nuovi partiti che si riferivano a quella tradizione potevano recuperare l’Unità in modo migliore di quello che hanno fatto. Ma quello che stupisce è la singolarità di quello che sta avvenendo in questo periodo, tra voci, inchieste e momenti di acuto contrasto.

In una fase di crisi epocale della stampa scritta, l’Unità non riesce a rientrare nei bilanci del Partito democratico e nella sua ultima apparizione non ha mai superato, a quanto si dice, le 5mila copie di venduto. Insomma, nonostante la sua grande tradizione, l’Unità non è certamente un affare.

E tuttavia il vecchio simbolo (portato sottobraccio) del militante comunista, che si è lentamente trasformato, al posto di rappresentare l’alternativa di una editoria impegnata e “pura” si è andato a infognare in giochi che interessano e coinvolgono realtà imprenditoriali.

A suo tempo, se non abbiamo preso abbagli, si parlò di un interessamento per l’Unità persino di Daniela Santanché, imprenditrice di successo ma parlamentare ormai storica del centrodestra e di orientamento diametralmente opposto a quello non solo del vecchio Pci, ma anche del figlio “terziano” del Partito democratico. Forse la signora era un appassionata di Gramsci, chissà!

Ma oggi la questione è diventata più pesante, anche per un servizio messo in onda dalla trasmissione “Report” e ripresa dai segugi de Il Fatto Quotidiano.

A interessarsi a l’Unità sarebbe sceso in campo niente meno che la Pessina Costruzioni, società fondata nel 1964 e con affari e appalti in tutto il mondo.

E qui la vicenda diventa pesante e ricca di illazioni.

Il contesto che “Report” e Il Fatto Quotidiano inquadrano sembra quello di carattere prevalentemente giudiziario, tanto per cambiare.

Insomma, il nuovo “azionista” di riferimento riceverebbe, in cambio del salvataggio di una testata, le facilitazioni necessarie per fare i suoi affari. Anche in modo non corretto.

L’elenco dei reati, in un simile contesto, lo lasciamo agli esperti “pistard” dei Palazzi di giustizia.

Ma percorrere questa “pista” è sempre un’arma a doppio taglio, perché arriva subito la magistratura e il campo delle indagini confonde tutto e lascia strascichi e polemiche che, di solito e particolarmente in Italia, non finiscono mai.

Forse, più lineare, è considerare l’interesse di Pessina da un punto di vista politico.

Nel periodo della “prima repubblica”, l’accusa che si muoveva ai partiti di governo era sempre quella di controllare la stampa, di mettere delle bandierine su un’informazione controllata, di stabilire delle sinergie con settori dell’industria.

E per l’industria, l’interesse si concretizzava nel possedere un giornale che non disturbasse gli affari della società e potesse magari fare una pubblicità indiretta.

C’era anche qualcuno che ironizzava e insinuava addirittura che alcuni imprenditori investivano in un giornale perché così alla mattina si bevevano il caffè guardando il loro quotidiano, che magari li riportava in fotografia o li citava.

Ora, ironia a parte, è effettivamente abbastanza problematico pensare quale “piano editoriale” per il rilancio dell’Unità possa immaginare la Pessina Costruzioni, anche con manager qualificati. Ma in attesa di essere stupiti dall’immaginazione, pensiamo che la discontinuità storica dell’Unità, a questo punto, diventi clamorosa e probabilmente in grado di produrre dolori di pancia di vario tipo nella sinistra italiana.

E non si può neppure pensare verso quale tipo di pubblico e quale successo possa avere un quotidiano così fortemente caratterizzato sul piano storico e con il suo passato politico editoriale.

Ma c’è pure una terza ipotesi che si può affacciare in questa circostanza.

Matteo Renzi, se vince, come sembra, le primarie del suo partito e torna alla guida del “Nazareno”, può realisticamente pensare alla sua marcia implacabile per scelte di rinnovamento radicale.

Con un partito sempre più spostato al centro, il “grande rottamatore”, dopo aver mandato in pensione i politici del post-comunismo, aver contribuito a provocare una scissione e a rompere ancora di più con la vecchia tradizione, potrebbe anche pensare di “rottamare” persino l’Unità, semplicemente liberandosene.

Facendo in questo modo un affare: cedendo una “testata” storica e liberandosi definitivamente di qualsiasi riferimento di sinistra.

Si può dire che l’Unità meriterebbe, nonostante tutto, qualche cosa di meglio o forse ce con certe ultime direzioni se è meritato.

Aldo Romanini
Segretario Generale Assimpresa

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