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La prima volta che ho incontrato Serge Collet e sua moglie Barbara era il 2004, a Scilla, nelle acque cristalline del suo mare che tanti riferimenti aveva ed ha con i suoi studi di archeologia e mitologia. Etnologo e archeologo, era responsabile di un programma di ricerca europeo per conto dell’Istituto di Etnologia dell’università di Amburgo dove aveva introdotto il concetto di Antropologia marittima in Germania e dove per la prima volta la comunità scientifica affrontava il tema dell’etica nella pesca. Era stato un incontro a base di bevute e di scambio di idee politiche sull’Italia e sugli Italiani, sulle mie (scarse) conoscenze di egittologia e sulle sue immense capacità di sondare i misteri delle civiltà antiche. Ci eravamo scambiati storie e passioni e con Barbara avevamo stabilito un rapporto così stretto che quando in Egitto era scoppiata la “primavera araba” trasformatasi in un inverno desolante, lei era diventata la nostra corrispondente. Di Serge abbiamo pubblicato molti pensieri ed articoli sulla politica italiana, sul terrorismo e alcune riflessioni di archeologia. Oggi Barbara mi ha inviato una e-mail annunciandomi che Serge ci ha lasciato la mattina del 5 agosto scorso, mentre si trovava a Creta, guarda caso in un’isola tra le più grandi del Mediterraneo, in quel mare che lui amava tanto tra le braccia di Barbara e di amici Greci che gli sono stati vicini fino all’ultimo. I figli ora sono con lei che mi scrive che erano in vacanza ma come al solito stava concludendo una nuova ricerca archeologico – antropologica sulle società marittime del Mediterraneo nella tarda età del bronzo, sul mondo minoico.

Serge Collet era di madre lituana e padre francese, era nato l’otto febbraio del 1950 in Francia. Lì aveva svolto gli studi e conseguito il dottorato nel ’79 presso la Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales. Il contesto culturale nel quale prendono avvio i suoi primi studi e le indagini sociali hanno a che fare con l’Unesco, che finanzia un progetto di ricerca, con il laboratorio Tecniche e culture del Centro nazionale ricerche francese, con la Maison des sciences de l’homme fondata nel 1963 da Fernand Braudel e dove incontra lo storico Maurice Aymard. Queste ricerche lo hanno portato per decenni a studiare e confrontare i pescatori di pescespada di Scilla e Bagnara con quelli di Messina, il sistema delle tonnare di Trapani, svariati angoli delle coste mediterranee alla ricerca di altri insediamenti alieutici.  In questo lungo percorso l’intellettuale e ricercatore diventa sempre un pescatore. Da questo rapporto immanente, che lo studioso certifica con l’apprendimento del dialetto locale, siciliano e calabrese, la simbiosi si materializza con la pubblicazione del libro Uomini e pesce – La caccia al pesce spada tra Scilla e Cariddi, edito nella collana Universitates. Un saggio di antropologia e di storia, aperto a tutti i gusti di chi è interessato alla storia locale, alla pesca come espressione compiuta di una comunità marinara, al destino futuro della stessa attività economica raccontata, alla sedimentazione storica di un’attività produttiva che trova i suoi riferimenti nella tradizione greca antica dell’arte della pesca. Nel territorio dello Stretto di Messina, tra Scilla e Cariddi, una comunità di pescatori dislocati in tre siti principali, per quasi tre millenni ha costruito e utilizzato una tecnica di pesca rimasta viva e vitale nel tempo, con i suoi riferimenti territoriali, i suoi sinni terrestri, le sue strutture e sovrastrutture, patrimonio orale e materiale tramandato nel tempo: l’arte millenaria della caccia al pescespada.

È lì che l’uomo e il pesce, nell’arco temporale di una stagione di pesca, modellano vita, costumi e usi. Tutto questo fino ai primi anni ’60, quando la cosiddetta rivoluzione industriale nella pesca, legata soprattutto all’avvento del motore diesel, dilata all’infinito gli orizzonti marini a cui ora buona parte dei pescatori fa riferimento. Progressivamente, la modernizzazione dei sistemi di pesca, la tecnologia elettronica e la conseguente perdita di identità relazionale con il territorio costiero di pesca provoca un taglio netto tra il piccolo pescatore e il resto degli addetti. Il processo di mutazione sociale ed economica diventerà presto l’anticamera della distruzione sistematica dell’equilibrio millenario tra uomo e pesce e perciò stesso tra uomo e natura. Questa consapevolezza, porterà Serge a proseguire il suo itinerario Mediterraneo nello studiare e vivere altre comunità di pescatori, dove coniugando il suo essere etnologo, archeologo, storico e cittadino del mondo lo porterà ad essere uno dei coordinatori di un progetto mondiale sulla piccola pesca dove le esperienze ancora diffuse e resilienti presenti in tutti i mari del pianeta, permettono di ricomporre un decalogo di buone prassi, mantenimento e ricostituzione ecosistemica della piccola pesca costiera.

Queste esperienze progettuali aiuteranno le istituzioni Internazionali (Fao, Unione Europea) a promuovere un percorso di sostenibilità per il futuro dell’umanità e in particolare per le svariate comunità costiere di piccoli pescatori.

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