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allevamento-suini-eurocarne
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“Uniti potremo affrontare questo particolare mutamento del mercato, in cui c’è una forte richiesta della carne suina lavorata, con in testa il prosciutto, mentre la parte restante dell’animale viene pagata in misura insufficiente a compensare i costi di produzione ed allevamento”. Con queste parole il presidente del neocostituito Comitato della Sezione regionale suinicola veneta, una specifica sezione dell’Associazione regionale allevatori del Veneto, annuncia la nascita del gruppo di produttori che saranno in stretto raccordo con l’Associazione nazionale suinicoltori. In un territorio in cui la carne suina è sempre stata sulle tavole dei cittadini, è più che mai importante ragionare in termini di qualità e sanità del prodotto che i consumatori acquistano. “Il rapido mutamento dei mercati ed il confronto con gli altri Paesi, europei in particolare – aggiunge il presidente di Arav, Floriano De Franceschi – ci induce a mettere in atto delle strategie di reazione, a fronte di un indubbio calo della richiesta di carne suina, così come degli altri tipi di carne. Per questo motivo appare fondamentale, ancor più che in passato, essere uniti e fortemente motivati per poter andare avanti”. La crisi, quindi, si abbatte soprattutto sugli ingrassatori, coloro i quali crescono i lattonzoli per renderli macellabili. Diversamente gli allevatori di suinetti ed in particolare i macellatori traggono il maggior profitto, a seguito delle modificate abitudini alimentari. “Il suino grasso costa circa 220 euro e le due cosce da sole – sottolinea il presidente Martini – hanno un valore di ben 126 euro, quindi corrispondente al 65% del corrispettivo pagato per l’intero animale. Ne consegue che, tolte le cosce, che poi verranno trasformate in prosciutti, pagati 4,50 euro al chilo, il resto della carcassa viene pagato non oltre 0,80 euro al chilo, quindi una cifra insufficiente a coprire i costi sostenuti dal produttore”. Una situazione complessa, quindi, ed in parte influenzata dalle diverse abitudini alimentari del consumatore, fortemente condizionate anche dal consumo di carni di cui non si conosce esattamente la provenienza o la si ignora privilegiando la scelta in base al prezzo. Lo storico problema dell’assenza di un’etichettatura d’origine completa penalizza il made in Italy ed alimenta la confusione tra i cittadini. “Compito della nostra Associazione – conclude il presidente De Franceschi – è anche quello di sviluppare nel consumatore una maggiore consapevolezza nella scelta dei prodotti, che gli permetta di scegliere sulla base della qualità e provenienza degli alimenti, non solo del prezzo. Il suino italiano, quindi il relativo prosciutto, non può essere frutto della sola stagionatura in Italia, perciò occorre la tracciabilità completa del prodotto. In tal modo, inoltre, si contribuirà ad alimentare un’economia dei territori, a salvaguardare le aziende e tanti prodotti tipici, anche della nostra terra veneta, che diversamente andrebbero perduti”. Il neocostituito Comitato della Sezione regionale suinicola veneta è composto da Maurizio Milani (presidente), Gabriele Pomari e Luigi Durighel (vicepresidente), Mario Mori, Renato Comacchio, Stefano Bellei, Fiorenzo Polato, Renzo Brotto e Luca Carolo.

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