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No, non è il 6 agosto, non è un anniversario “famoso” o pericoloso, ma è comunque un giorno da ricordare perché ci dovrebbe far pensare che c’è bisogno di pace. Eccome. Oggi, nel 2005 scomparve Kenzo Tange, uno degli architetti giapponesi che contribuì a riscrivere la storia nazionale del Giappone e a ricostruire la vita dopo la bomba che polverizzò Hiroshima. Fu uno degli ideatori del Parco del Memoriale di Hiroshima, luogo di pianto, memoria, ma anche di pace. Da lontano si vede una grande cupola rimasta come quella bomba la ridusse quel fatidico giorno, lasciata così quale monito perché la gente non dimentichi. Per non dimenticarsi ciò che il genio umano ha generato, essa troneggia immutata a nord-est del parco, dal quale la separa il fiume Motoyasu, testimonianza di quello che è stato. Inscritta nel 1996 a titolo eccezionale nel patrimonio mondiale dell’Unesco, la cupola Genbaku (“della bomba”) non è stata restaurata e resta, salvo qualche aggiunta per assicurarne la stabilità, nello stesso stato in cui l’ha ridotta la bomba Little Boy nell’agosto 1945. Questa antica sala d’esposizione industriale della prefettura d’Hiroshima è la sola superstite della grande esplosione. Quella bomba che esplose nel 1945 fu l’emblema della fine di un mondo, quello della grande strategia militare basata sulle armi convenzionali, eserciti e flotte, e conteneva anche i germi della possibile fine del mondo: la civiltà umana poteva essere distrutta e la sopravvivenza stessa del mondo per la prima volta era realizzabile. La prima bomba nucleare della storia scoppiò a 580 metri di altezza sopra la città giapponese di Hiroshima, facendo entrare il pianeta nell’era atomica e fece vedere a tutti, compresi gli scienziati che l’avevano costruita, un futuro di orrore fino a quel momento inimmaginabile.

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I Figli di Hiroshima

Secondo alcune stime, nei primissimi secondi dopo l’esplosione persero la vita circa 80 mila esseri umani, gli edifici di cemento armato si liquefecero. Poi arrivò l’onda d’urto, alla velocità di 3.000 metri al secondo, con una forza iniziale di sette tonnellate per metro quadrato, e rase al suolo tutto ciò che era sopravvissuto al calore nel raggio di ottocento metri dal punto dello scoppio (più o meno 60 mila edifici), uccidendo almeno altre 50 mila persone”. Ma l’orrore non era solo in questi numeri: perché per la prima volta nella storia della guerra, un ordigno bellico aveva creato intorno a sé un anello di morte invisibile, sotto forma di raggi gamma e di neutroni veloci, che avrebbe continuato a uccidere nei mesi e negli anni a venire (alla fine le vittime collegabili in qualche modo all’esplosione sono state stimate in oltre 200 mila).  La luce del sole, dopo “essere scesa sulla terra” (come disse sempre il pilota che sganciò l’Enola Gay, Ferebee), scompariva dietro il fumo e la polvere radioattiva. La luce sarebbe quasi scomparsa per giorni, ispirando a decine di scrittori di fantascienza, dagli anni ’50 in poi, il concetto di “inverno nucleare”… Solo che quella non fu la scena di un film ma la realtà…

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Difficile reprimere i brividi di fronte alle innumerevoli bottiglie d’acqua deposte in offerta un po’ ovunque nel Memorial Peace Park, in ricordo delle persone gravemente mutilate che erravano assetate nelle vie della città qualche ora dopo l’esplosione, senza riuscire a dissetarsi a causa della “pioggia nera” e delle ceneri che cadevano incessantemente dal cielo… Difficile reprimere lo sdegno della consapevolezza che Hitler era ormai sconfitto quando quella bomba fu sganciata e che gli Alleati avrebbero potuto vincere lo stesso la guerra e porvi fine. Difficile comprendere come si è potuto considerare “effetto collaterale” l’annientamento di milioni di donne, uomini, vecchi, bambini, per un esperimento dettato dalla vendetta…

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