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david giannoni, antonio e giulio bertoli
david giannoni, antonio e giulio bertoli

Lui che si era inventato un sogno, è mio fratello, Antonio Bertoli. Una persona intellettualmente diversa, nel senso nobile della parola. Un sognatore fin da quando aveva pochi anni, e vent’anni sembran pochi, e studiava a Bologna con Eco e La Paz. Ma prima ancora, quando diceva di non voler mai fare il ragioniere pur frequentando con ottimi voti la Ragioneria di Rovigo. Sognava di poetare, e scriveva poesie, di suonare e imparò da solo a suonare la chitarra, di scrivere, e scrisse tanti articoli, testi, tesi per la scuola che furono pubblicate e lette in pubblico.  Era un sognatore. E forse in parte quel suo sogno è riuscito a realizzarlo. Io lo spero, me lo auguro. Ed è per questo che pubblico alcune “sensazioni” sulla serata del 17 febbraio a lui dedicata.

Si è tenuta il 17 febbraio al Teatro Puccini di Firenze la serata in ricordo di Antonio Bertoli, il “terapoeta” nato a Villadose, in terra polesana, scomparso il 21 ottobre 2015. In un Teatro gremito fino all’inverosimile, oltre novecento persone hanno portato la loro commossa partecipazione che ha toccato punti di vera poesia. Molti gli artisti che hanno voluto rendere omaggio all’amico Antonio: da Stefano Bollani a Riccardo Pangallo, dai Gomagog a Sergio Staino e Paolo Hendel, dai Materiali Sonori a Marco Parente, a Roberto Grilli e Davide Riondino, a Luigi Grechi. I video messaggi di Alejandro Jodorowskj, Jack Hirschman e Anne Waldmann hanno salutato dall’altra parte del mondo l’amico Antonio leggendo alcune delle sue poesie, in modo particolare Anne ha pianto Antonio declamando la sua “No Time” e Jodorowskj l’ha salutato attraverso queste parole: “…Duele, duele, duele,duele/ te dissolvisti in agua/ duele, duele, duele, duele/te dissolvisti in aire/ duele, duele, duele, duele/ te dissolvisti in el fuego/ duele, duele, duele, duele/ te dissolvisti in mi alma…”

Enrico Santori e Barbara Colombo hanno illustrato i principi base della psicobiogenealogia nuova disciplina inventata da Antonio Bertoli che ha dato un contributo originale alla psicologia ampliandola all’analisi transgenerazionale, attraverso lo studio degli archetipiprimari del Padre, della Madre, di Eros e Tanathos, e studiando il “male” che colpisce (la biologia) le persone attraverso lo studio della psiche nell’arco di tre generazioni e collocandola nel più vasto emisfero dell’evoluzione della specie, attraverso la Nuova Medicina del dott. Hamer. Tale nuova scienza è diventata materia di studio universitario proprio grazie ad Antonio Bertoli che doveva iniziare le sue lezioni proprio in questo anno accademico… Un video sull’autenticità ha visto lo stesso Antonio parlare di sè stesso e di ciò che siamo: frutto delle scelte e delle vite della famiglia che abbiamo alle spalle; mentre l’ intervento di David Giannoni, amico e editore ha raccontato l’esperienza di CityLights Italia, fondata a Firenze da Antonio Bertoli nel 2000, unica “copia” della CityLights  di San Francisco. Le foto di Gregory Corso, di Lawerence Ferlinghetti e di John Giorno in compagnia di un Antonio giovanissimo con in braccio il figlioletto Giulio che scorrevano sullo schermo gigante hanno suscitato più di qualche singhiozzo nel silenzio della sala. Sala che comunque si è animata e ha riso divertita con l’intervento di Paolo Hendel che ha detto, condividendo il pensiero di tutti i presenti: -Caro Antonio, io ho le idee chiare sulla morte: sono contrario. E forse perchè lo sapevi che non me l’hai detto…-

Stefano Bollani al pianoforte ha accompagnato i vari artisti che si sono esibiti, facendo tutti precedere il loro pezzo da un pensiero e da un saluto all’Amico scomparso troppo presto. Bollani ha tenuto a ribadire che lui è uno di quei ragazzi che si sono formati alla Scuola di Musica di Scandicci, fondata da Antonio Bertoli quando era dirigente del settore cultura di quel comune. Con Bollani si sono esibiti alcuni giovani talenti della Scuola.

Riccardo Pangallo ha fatto da filo conduttore di tutta la serata, presentando oltre che la produzione filmica di doppiaggi fatta con Antonio, sia gli altri artisti, tra i quali Luigi Grechi, Davide Riondino, Marco Parente e molti altri.

Sergio Staino ha ricordato la loro collaborazione nella direzione del Teatro Puccini e ha presentato alcune strisce disegnate per la serata sulla musica e le parole di “Un vecchio e un bambino” di Francesco Guccini, salutando Antonio con affetto e commozione.

La lettura di una lettera di Lawrence Ferlinghetti dedicata ad Antonio con il quale aveva condiviso l’esperienza della libreria della Beat Generation in Italia e in America e un omaggio musicale da parte di tutti i musicisti e gli artisti ha chiuso una serata meravigliosa e commovente. La presenza di tanti amici ha reso meno doloroso il fatto che Antonio, Tony per chi scrive, non fosse in giro per la sala. Ma forse c’era. Anzi si, molto probabilmente c’era.

serata per un amico
serata per un amicote c’era.

Sogno lucido – Rêve lucide di Antonio Bertoli

Sogno lucido

Mi ero sentito sballottato e solitario sull’orlo della mia costellazione che in quel pomeriggio torrido non era altro che una cittadina intorpidita
Avevo inventato un sogno ne avevo bevuto tutto il verde sotto la signoria dell’estate
Prova a immaginare sul fare della sera l’urto intermittente delle onde sul molo illuminato d’una darsena che si rifiuta al sonno Più in là il letto d’una spiaggia senza fine con le onde che avventano ciottoli senza fine e una pioggia estiva impaurita una specie di ponte su tutto per non quietare
Sperduto nella mia repentina libertà come due remi in mezzo all’oceano con un ammaliante desiderio di parola mi ritiravo con le acque nere nel persistere di minuscoli tremori nelle scie rarefatte sull’acqua semioccultato da gabbiani di granito ali che misuravano la dispersione sulle rare terre umide che non conoscevo sulla coda di schiuma delle onde nella corsa stremata delle forme rotte dall’età inclemente che si schiudeva L’irreale era intatto il reale devastato da meandri cerchiati richiami di sangue e acqua da quanto fu scelto e mai toccato Il presente che scompariva era una stella che si era accostata folle e stava per morire prima di me
Ero un uomo generoso in quel sogno non perché volevo vedermi tale al mio specchio solo perché venivo da Orione e in parte mi detestavo Avevo ritirato tutti i fuochi dentro casa mentre la civiltà degli uragani gocciolava dal cornicione Per non recludermi in eterno dovevo entrare nel cerchio di una candela restarvi senza mai sostituire le tenebre col giorno qualcosa di incostante al loro forte lampeggiare L’aria mi teneva chiuso nella sua morsa un dolore mi issava in alto un sapere evidente e improvviso nell’aria sgombra Pregavo che venisse il momento l’illuminazione perché il grande vento in cui tremavo fosse lasciato libero d’unirsi alla terra in cui stavo crescendo
Ero io quell’uomo un ragazzo caduto da soli invecchiati il ricordo di un naufragio con un timone al posto del cuore cresciuto in passaggi di storie dentro ricordi di giorni come un calco di vento Dovevo incamminarmi nel sogno calcare con forza la strada perlustrare la vita e la via anche nelle sue malevole locande nelle sue cattive strade per incontrare la festa di un viso la terra incrociata degli uccelli un ulteriore ed eterno passaggio di tempo Dovevo farmi mordere dai grilli
L’occidente si era perduto dietro di sé un mondo che era andato avanti si era inghiottito non facendosi toccare da niente un mondo fuori dalla memoria si strappava alla sua striscia ellittica e saliva senza affanno finché s’impennava e approdava là dove un punto stava fondendo Il carro dei maledetti era in marcia col suo carico di infamia e i bari tra astuzia e candore con una mano dietro la schiena cavavano dalla cintura un asso di denari Squallidi musicisti si azzuffavano la posta non valeva nemmeno più il coltello che di lì a poco avrebbe colpito Il suonatore di chitarra sifilitico cieco il collo chiazzato di macchie cutanee cantava una litania incomprensibile Folli brandivano la pistola dello starter le compensazioni e i compressori le apoteosi del temporale Carcerieri di passaggio che non avevano colto la natura tragica sincopata rapinatrice interdetta della luce La civiltà era grasso superfluo la storia falliva il tempo si sviava la fissione era in corso
Tutti ostinati portavano fronde per limare la notte Le loro parole attingevano vita solo da quel frutto intermittente e così si propagavano lacerandosi e lacerando Erano figli incestuosi dell’incisione e del segno Li teneva spogli la furia dei venti e incontro a loro colava una lanugine di notte nera Introducevano l’arretramento delle sorgenti davanti agli arbusti spinosi su un corridoio di freschezza un divieto di transito ad arrestare l’assetato Io vagavo in quel mondo come lupo nobilitato dal processo di estinzione lupo innevato di lontane battute di caccia di cui non si ha più memoria
Poi la linea giusta si è spezzata la mia ombra non poté staccarsi dal muro la mano non dando dovette prendere e la terra spogliata dovette cedere
Non si può arrotondare il lampo convertire l’aculeo in fiore L’uomo e il tempo tutto ci hanno rivelato il tempo non è affatto un galantuomo l’uomo non ha concluso che brevi cicli il sogno è diventato un lupo tra due attacchi Semilibertà l’ultima concessione semilibertà per l’uomo in movimento per l’insetto che dorme in attesa della crisalide Poiché possediamo solo un diritto di transito
L’arte che nasce dal bisogno nell’istante in cui il bisogno ne è distolto è un vivere concorde tra montagna e uccello ma non bisogna dare all’uccello più ali di quante ne possa reggere C’è in effetti una domanda da porsi senza tregua
Per dove e come restituire agli uomini l’arte di vivere e di morire ?
****
Rêve lucide
Je m’étais senti seul et ballotté au bord de ma constellation qui, en cet après-midi torride n’était rien de plus qu’une petite ville engourdie
J’avais inventé un rêve en avait bu tout le vert sous la seigneurie de l’été
Essaye d’imaginer vers le soir qui avance le heurt intermittent des vagues sur la jetée d’un ponton éclairé qui se refuse au sommeil Plus au loin le lit d’une plage sans fin avec les vagues qui lancent des galets sans fin et une pluie d’été effrayée une sorte de pont sur tout pour ne pas apaiser
Perdu dans ma soudaine liberté comme deux rames au milieu de l’océan avec un désir ensorceleur de parole je me retirais avec les eaux noires dans la persistance de tout petits tremblements dans les sillages raréfiés sur l’eau semi-occulté par des mouettes de granit ailes qui mesuraient la dispersion sur les rares terres humides que je ne connaissais pas sur la traînée de mousse des vagues dans la course épuisée des formes rompues par l’âge inclément qui s’entrouvrait L’irréel était intact le réel ravagé par des méandres encerclés rappels de sang et d’eau tant il fut choisi et jamais touché Le présent qui disparaissait était une étoile qui venait d’aborder folle et qui allait mourir avant moi
J’étais un homme généreux dans ce rêve non pas parce que je voulais me voir ainsi dans le miroir simplement parce que je venais d’Orion et en partie je me détestais J’avais retiré tous les feux dans la maison tandis que la civilisation des ouragans coulait de la corniche Pour ne pas m’exclure éternellement je devais entrer dans le cercle d’une bougie y rester sans jamais remplacer les ténèbres avec le jour quelque chose d’inconstant à leurs éclairs si puissants L’air me maintenait enfermé dans son étau une douleur me hissait vers le haut un savoir évident et imprévu dans l’air vide Je priais que vînt le moment l’illumination que le vent si fort où je tremblais fût laissé libre de s’unir à la terre où je grandissais
J’étais cet homme un garçon tombé de soleils vieillis le souvenir d’un naufrage avec un gouvernail à la place du cœur grandi dans des passages d’histoires dans les souvenirs de jours comme un moule de vent Je devais cheminer dans le rêve tracer avec décision la route parcourir la vie et le chemin même dans ses auberges malveillantes sur ses mauvaises routes pour rencontrer la fête d’un visage la terre croisée par les oiseaux un nouvel et éternel passage du temps Je devais me faire mordre par des grillons
L’occident s’été perdu derrière lui-même un monde qui avait été de l’avant il s’était avalé ne se faisant toucher par rien un monde hors de toute mémoire s’arrachait à sa bande elliptique et montait sans peine jusqu’à ce qu’il se cabre et arrive là où un point était en train de fondre Le char des maudits était en marche avec sa charge d’infamie et les tricheurs entre la ruse et la candeur avec une main derrière le dos tiraient de la ceinture un as de carreau Des musiciens minables se bagarraient l’enjeu ne valait même plus le couteau qui aurait bientôt frappé Le joueur de guitare syphilitique aveugle le cou maculé de taches cutanées chantait une litanie incompréhensible Des fous brandissaient le pistolet démarreur les compensations et les compresseurs les apothéoses de l’orage Des geôliers de passage qui n’avaient pas saisi la nature tragique syncopée voleuse interdite de la lumière La civilisation était graisse superflue l’histoire faisait faillite le temps se détournait la fission était en cours
Tous têtus portaient des frondes pour limer la nuit Leurs mots tiraient leur vie uniquement de ce fruit intermittent et ainsi se propageaient se déchirant et déchirant Ils étaient les fils incestueux de l’incision et du signe Dépouillés par la seule furie des vents et contre eux coulait un duvet de nuit noire Ils introduisaient le recul des sources devant les arbustes épineux le long d’un couloir de fraîcheur une interdiction pour arrêter celui qui a soif J’errais dans ce monde comme un loup ennobli par le processus d’extinction loup enneigé de lointaines parties de chasse dont on n’a plus le souvenir
Puis la ligne juste s’est brisée mon ombre ne put se détacher du mur la main ne donnant pas dut prendre et la terre dépouillée dut céder
On ne peut arrondir l’éclair convertir l’épine en fleur L’homme et le temps nous ont tout révélé le temps n’est aucunement un gentilhomme l’homme n’a conclu que des cycles courts le rêve est devenu un loup entre deux attaques Semi-liberté la dernière concession semi-liberté pour l’homme en mouvement pour l’insecte qui dort dans l’attente de la chrysalide Car nous ne possédons qu’un droit de transit
L’art qui naît du besoin dans l’instant où le besoin s’en détourne c’est vivre en accord, montagne et oiseau mais il ne faut pas donner à l’oiseau plus d’ailes qu’il ne puisse en soutenir Il est en effet une question qu’il faut se poser sans répit
Où et comment rendre aux hommes l’art de vivre et de mourir ?
(trad. David Giannoni)
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